Heavy Metal: i Top e Flop 2025 di Albyrinth's Cave (Articolo)

Heavy Metal: i Top e Flop 2025 | Migliori e Peggiori Album dell’Anno

 Il dipinto intitolato Dawn Attack di Frank Frazetta

Articolo a cura di Albyrinth - tutte le immagini e la musica sono copyright degli aventi diritto

Nota: Volendo evitare i soliti, terribili, collage di copertine, ho deciso di prendere in prestito una splendida illustrazione intitolata "Dawn Attack" del grande maestro Frank Frazetta, e non c'è bisogno di ribadire quanto l'arte di Frank sia stata un'ispirazione fondamentale per tutta l'iconografia metal. 

Ritorna la rubrica annuale dedicata alle mie uscite preferite in campo metal, alle piccole delusioni personali, agli album che attendo maggiormente. ci sarà, inoltre un breve ricordo di quattro musicisti che ci hanno lasciato quest'anno.
Che anno è stato per il metal? Sostanzialmente la situazione è stazionaria: la scena è ancora fatalmente aggrappata ai grandi nomi del passato (la cui lista drammaticamente si assottiglia anno dopo anno), con poche eccezioni (negli ultimi anni mi vengono in mente solo i Ghost come band in grado di riempire stabilmente arene), mentre le uniche nuove formazioni a raggiungere numeri interessanti sulle piattaforme di streaming sono quelle in grado di ibridare al massimo i generi come i controversi Sleep Token (che, a dire il vero, ormai di metal hanno giusto l'immagine e qualche riff di scuola Deftones che appare qua e là) o i Falling in Reverse. Questo non vuol dire che la scena sia morta, anzi, c'è un grosso fermento, soprattutto per quanto riguarda sotto-generi di culto: per esempio, quanti dischi sono usciti per un microscopico genere come il Cascadian Black Metal? Il rovescio della medaglia, contando che non è necessario rilasciare per forza i dischi in formato fisico, è che ogni singola settimana esce davvero tantissima roba, troppa per riuscire ad ascoltare tutto. E se anche redazioni molto ampie e preparatissime come quelle di Metalitalia e AngryMetalGuy (che ogni anno dedica le ultime settimane dell'anno a tentare di recuperare dischi che si sono persi nei vari mesi) non riescono a stare dietro a tutta la mole di materiale, figuratevi il vostro povero Albyrinth. Per questo, esattamente come lo scorso anno, questa classifica non può che essere assolutamente parziale e incompleta, e anche dettata un po' dall'umore del momento. 
Note: 
1. Giusto per correttezza, la classifica non è stata assolutamente stilata in base ai numeri presenti nel wrap su Spotify, anzi, il vincitore, essendo anche uscito a novembre, non era neanche nella top 5 dei dischi più ascoltati.
2. Alcune parti delle mini-recensioni le ho riprese ed editate dalle relative recensioni pubblicata sul blog, giusto per correttezza.
Un collage delle copertine ai primi 3 posti della mia classifica

I Miei Album Metal Preferiti del 2025 (Top 5)


Che gli An Abstract Illusion avessero un enorme potenziale non ancora totalmente espresso era chiaro sin dal già ottimo Woe, ma che, a distanza di appena tre anni, queste potenzialità riuscissero a esplodere in modo così convincente non me lo aspettavo proprio. The Sleeping City è un lavoro incredibile e ricchissimo, caratterizzato da un sound complesso, pieno di sfumature e libero da strutture, ovvero un death metal caratterizzato dal contrasto tra le tipiche sfuriate e momenti più progressivi e ariosi, punteggiati da utilizzo azzeccatissime di tastiere e sintetizzatori. Una musica non semplicissima da descrivere vista la ricchezza sonora e una certa imprevedibilità, che però porta a casa pienamente il risultato, peraltro in un disco che ha uno dei suoi maggiori pregi nella scorrevolezza, nel suo riuscire a "fluire" durante l'ascolto. Nonostante un paio di difetti minori (alcune parti più tirate meno ispirate e il cantato di  Christian Berglönn non sempre impeccabile) The Sleeping City si porta a casa, meritatamente, la palma di album dell'anno, ovviamente per il sottoscritto. Se amate gli Opeth e, più in generale, tutta la scena progressive death metal, un ascolto praticamente obbligato.


The Spin, quarto album dei veneti Messa, è stata un'enorme sorpresa: se era plausibile che continuassero sulla scia del precedente Closer, lavoro estremamente progressivo, umorale, intricato e ricco di sfumature, non mi sarei davvero mai aspettato una netta inversione di rotta, per tornare a canzoni più semplice e immediate, caratterizzate da chiari riferimenti alla dark wave ottantiana. Che non vuole affatto dire banali, perché The Spin è invece un lavoro caratterizzato da un songwriting molto centrato, raffinato e soprattutto ricco di sfumature e piccole sorprese, in cui a fare la differenza è la bravura dei musicisti e la ricercatezza degli arrangiamenti. Il risultato è un disco esaltante, con pochi punti deboli (giusto la canzone "Reveal" a una produzione un po' troppo sommersa dai riverberi), graziato da una prestazione "monstre" di Sara, uno di quei lavori di puro songwriting che mostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, le grandi qualità compositive e musicali dei Messa. Ah, tra l'altro "The Dress" è secondo me il pezzo dell'anno, senza se e senza ma. 


Solastalgia è stata un'altra sorpresa totalmente inattesa: il precedente Nightsphere mi era piaciuto, tanto da dedicare all'album un'intera recensione, ma da una band fino a quel momento molto derivativa, non mi sarei affatto aspettato un salto di qualità così netto. Partendo dal loro sound distintivo, il blackgaze di scuola Alcest, gli Heretoir sono riusciti a inserire elementi più immediati, groovy e moderni: il risultato è un songwriting che si è fatto più dinamico e imprevedibile in tutte le sue componenti, con le chitarre che intessono un impressionante tappeto sonoro, la sezione ritmica caratterizzata da continue variazioni e da un Eklatanz capace di utilizzare in modo molto più efficace la propria voce in entrambi i registri (aggressivo e pulito). Solastalgia è un disco piacevolissimo ed esaltante che consiglio senza alcuna remora agli amanti del genere. Un grosso applauso per la scelta del "paleo-illustratore" Rudolf Hima per realizzare copertina e booklet, davvero straordinari, il miglior artwork dell'anno in campo metal, secondo me.


Forse non saranno ancora esplosi in popolarità come in molti avevano preventivato, ma i canadesi Spiritbox stanno continuando imperterriti la loro marcia di conquista, passando anche per un riuscito (e prevedibile) respin della loro immagine, in particolare quella di Courtney LaPlante. Tsunami Sea, secondo lavoro della formazione nordamericana dopo un paio di EP, mostra una band ormai pienamente conscia delle proprie potenzialità, alle prese con un album estremamente solido e quadrato, dove gli Spiritbox dimostrano di sapere passare con naturalezza da brani pesantissimi ("No Loss No Love") a tracce melodiche e progressive (la titletrack), senza dimenticare canzoni più radiofoniche e immediate (la splendida "Deep End"), e una riuscita (quanto indubbiamente becera) incursione in territori danzerecci con tanto di autotune ("Crystal Roses"). Uno dei dischi più piacevoli e azzeccati ascoltati quest'anno, peccato solo per un paio di brani sottotono, che abbassano un pelino il giudizio. Metal moderno, trasversale, con un occhio all'estetica e alle melodie radiofoniche, ma anche di grande sostanza.


Nello scorso articolo erano finiti (in extremis) tra gli album interessanti che non avevano goduto di una recensione su queste pagine e, tempo un anno, ecco che il duo di giovanissimi fratelli ucraini Alexander e Misha Andronati, ovvero i Labyrinthus Stellarum, riescea entrare addirittura in top 5. Merito di un sound che, rispetto a Vortex of the Worlds, ha mostrato un netto miglioramento, con un songwriting si è fatto molto più ricco, senza per questo perdere d'occhio la concisione dei brani, che rimangono sempre diretti e quadrati. In particolare, a giovare di questa evoluzione sono le linee ritmiche, più varie e centrate, il cantato con una riuscita alternanza tra grim vocals e voce pulita (ovviamente effettata) e, più in generale, le atmosfere spaziali sembrano essere ancora più avvolgenti rispetto allo scorso lavoro. Certo, il Cosmic Black Metal dei Labyrinthus Stellarum è talmente peculiare da non essere esattamente adatto a tutti, ma date al duo ucraino una possibilità, perché questi ragazzi meritano davvero un applauso; e, magari, anche le attenzioni di qualche etichetta specializzata che li possa aiutare a fare un ulteriore salto di qualità.

Un collage delle copertine degli album più deludenti di quest'anno

Le Mie Delusioni del 2025

Prima di passare in rassegna le tre opere, mi sembra giusto ribadire un concetto: questi tre dischi non rappresentano in nessuno modo il peggio dell'anno, bensì lavori validi, magari anche sopra la sufficienza, ma che, per una ragione o per l'altra, sono risultate delle delusioni per me, soprattutto per il fatto che si tratta di band che ho seguito con passione e affetto in passato. La verità è che i dischi brutti sono ben altri...a parte forse i Dark Angel, che sono riusciti non solo a deludermi, ma anche a sfornare un lavoro per certi versi inqualificabile.


Ecco un album che rientra perfettamente nella descrizione che ho fatto nel paragrafo precedente: A Dark Poem, Part I: The Shores of Melancholia è un lavoro sicuramente molto più che sufficiente [per alcuni è stato addirittura il disco dell'anno, giusto per dire] di progressive metal, suonato con la solita classe e personalità dai Green Carnation, una formazione che ha scritto, insieme ai cuginetti In The Woods... pagine fondamentali per quanto riguarda l'avantgarde metal norvegese. E allora, perché A Dark Poem, Part I è finito in questa classifica? Perché l'album, nonostante un songwriting di livello e una buona varietà non è mai riuscito a prendermi, finendo ai margini delle mie rotazioni. L'altro giorno avevo risentito l'EP con cui erano tornati dopo lo split e ho pensato che a A Dark Poem, Part I manca un brano davvero memorabile come la title track Leaves of Yesteryear. Ammetto candidamente che è un problema mio e, forse, questo lavoro acquisterà un vero senso solo dopo che saranno uscite anche le altre due parti di questa trilogia. Detto questo, date un ascolto all'album e giudicate voi stessi, anche perché i Green Carnation rimangono una formazione nettamente superiore alla media.


Ho amato alla follia gli Architects in passato, una formazione che aveva saputo plasmare una via personalissima, progressiva, esaltante e potente a un genere come il metalcore. Quella formazione è giustamente finita con la tragica morte del chitarrista e principale compositore Tom Searle e, una volta deciso di continuare con il monicker, la band britannica ha iniziato un percorso di ricerca sonora che li portasse a un sound più radiofonico e adatto alle masse. Se, dal punto di vista del successo, la missione è pienamente riuscita, da quello musicale, gli Architects sembrano ancora in una fase di transizione. The Sky, The Earth & All Between è un album estremamente eterogeneo, ma dalla qualità altalenante. Se è apprezzabile il ritorno a sonorità più pesanti per un buon terzo delle tracce e uno sforzo nel differenziare le canzoni il più possibile, è altrettanto vero che il songwriting non pare sempre così a fuoco. Insomma, tolti tre o quattro brani che continuo ad ascoltare (in particolare l'esaltante "Braindead" e la poppeggiante "Chandelier"), il resto non mi ha convinto, soprattutto a livello di personalità; anche perché, l'apporto dell'ex-Bring Me The Horizon Jordan Fish in fase di produzione e arrangiamento è davvero sostanziale, tanto che qualche malalingua ha definito gli Architects come il suo nuovo recinto con la sabbia dove giocare a piacimento. Un giudizio sicuramente esagerato, ma comunque con un fondo di verità.


C'era indubbiamente grande attesa per il ritorno dei Dark Angel dopo ben 34 anni di pausa. Purtroppo le aspettative sono state totalmente polverizzate da questo Extinction Level Event che ho trovato un lavoro alquanto non ispirato di thrash banalotto e scontato. Riff triti e ritriti, brani da manuale del mosh pit for dummies, il tutto cantato in maniera francamente improponibile da Ron Rinehart. Capisco che il tutto vuole essere un tributo postumo al chitarrista Jim Durkin (i riff sarebbero stati estratti da suoi demo), ma, forse ci voleva molta più cura e passione. Tolti Gene Hoglan e la consorte Laura Christine, che paiono gli unici a crederci veramente, il resto della band sembra essere lì per timbrare pigramente il cartellino. Ho trovato Extinction Level Event non solo deludente, ma anche fastidioso e fuori tempo massimo, bocciatissimo. Ah, ultimi chiodi sulla bara: la orrenda copertina fatta con la AI (ne avevamo parlato QUI) e l'assurda modalità di distribuzione digitale che ha evitato le piattaforme di streaming in virtù di qualche strategia che non ho ben capito.

Un collage delle copertine degli album appartenentoi alla categoria Honorable Mentions

Honorable Mentions

Nota: In questa categoria trovano spazio alcuni album, usciti nel corso dell'anno, che mi sono sicuramente piaciuti, ma che, per un motivo o per l'altro, non sono riusciti a entrare nella Top 5.


Dopo un album più diretto e conciso come Origins, ritorna il black metal folkeggiante dei Saor, con un lavoro decisamente più ostico, caratterizzato da lunghe e complesse canzoni che spesso superano i 10 minuti. Amidst the Ruins mostra sempre la grande personalità del chitarrista e cantante scozzese in composizioni sempre estrose e interessanti. Peccato per una prima metà meno riuscita, controbilanciata dagli ultimi due brani, "The Sylvan Embrace" e "Rebirth", davvero da antologia. Detto questo, sicuramente un buon ritorno per i Saor, la cui popolarità, pur nei confini del genere di riferimento, è in crescita: un traguardo meritatissimo per il buon Andy.


Dimenticatevi dei deludentissimi Dark Angel, il comeback dell'anno in campo thrash è quello degli svizzeri Coroner, anch'essi al ritorno discografico dopo 34 anni. E che ritorno! Dissonance Theory è un disco incredibile, che suona al 100% Coroner, ma che riesce anche a essere moderno, fresco e attuale. È in particolare incredibile come la formazione svizzera riesca ad avere canzoni estremamente concise e quadrate, ma che, al loro interno, nascondono tanti piccoli dettagli e tocchi di classe che le rendono davvero clamorose. Anche la prestazione dei singoli musicisti è incredibile, in particolare di Tommy Vetterli. Ciliegina sulla torta, c'è spazio anche per qualche momento che omaggia i Gojira (che, a loro volta, vedono i Coroner come una delle loro maggiori influenze in un interessante corto circuito di ispirazioni) e c'è pure un hammond piazzato lì, in maniera al contempo insensata e geniale su "Prolonging". Insomma, un disco clamoroso. La domanda sorge spontanea: e allora perché non è nella top 5? Semplicemente perché, quando ho creato la lista degli album papabili a entrare in classifica, sentivo che i cinque prescelti rappresentassero meglio i miei ascolti durante l'anno. 


Benché fossero attivi da oltre due decenni, non avevo mai sentito parlare degli americani Withering Soul, band dedita a un blackened melodic death metal con qualche contaminazione sinfonica e un riffing piuttosto thrashy. Nulla di lontanamente nuovo sotto il sole (soprattutto se già apprezzate band come Dissection, Naglfar o Skeletonwitch), però Passage of the Arcane ha un che di indefinibile, di difficile da spiegare a parole, che lo eleva dalla marea di lavori fatti con lo stampino. Il fattore vincente è sicuramente il songwriting, davvero a fuoco: le canzoni sono molto compatte e quadrate, basate su strutture semplici e codificate, ma ben costruite, guidate da un riffing efficacissimo, e condite da un gusto melodico degno di nota. Esclusi un paio di momenti meno riusciti a metà disco e il cantato di Krystofer, un po' troppo monocorde, Passage of the Arcane è un album potente, compatto, esaltante e ottimamente eseguito. Non sarà il massimo dell'originalità, ma poco importa, alla fine. Promossi!


Dirò la verità: il precedente Helloween, il primo disco di inediti partorito dalla formazione a sei elementi non mi aveva molto convinto, in particolare per l'utilizzo non ottimale delle tre chitarre e dei due cantanti. Certo, la pandemia e l'impossibilità di provare e registrare tutti insieme ha contato molto, ma ero rimasto abbastanza deluso. Cosa che, fortunatamente, non è capitata con Giants & Monsters, che invece è il tipo di lavoro che mi aspettavo dagli Helloween post-reunion, con i credit di scrittura equamente distribuiti e con ognuno dei songwriter che infonde la propria personalità nei brani. Oltre a questo, non c'è dubbio che le tre chitarre siano finalmente sfruttate appieno e l'interazione tra le voci di Andi Deris e Michael Kiske molto maggiore. Le mie preferite sono la giocosa "Under the Moonlight", l'epica "Majestic" (migliore brano partorito dalla penna di Kai Hansen da molti anni a questa parte) e, a sorpresa, la drammatica power-ballad "Under the Sun", vero highlight del disco. Giants & Monsters è un'ottima celebrazione del mito degli Helloween e della loro innegabile eredità, dove però ognuno dei musicisti ha la possibilità di brillare sia in fase di stesura dei brani, sia come prestazioni individuali. Bene così!


Ok, si tratta "solo" di un EP di 24 minuti, ma questo dominion è una tale bomba sonora che non potevo non citarlo. Non che questo album dica qualcosa di lontanamente nuovo nella proposta sonora dei tedeschi Ancst, ovvero un esplosivo (quanto derivativo) mix ad alti ottani di black metal, hardcore, crust punk, melodeath e metalcore, con in più tutta l'energia derivata da un attitudine genuinamente militante,  ma questa ventina di minuti è talmente tirata, diretta ed esaltante, da sembrare un disco intero; a fare la differenza è sicuramente il songwriting ispirato, bilanciato e senza fronzoli e le melodie sempre ben presenti, ma mai troppo invadenti. dominion è il disco da ascoltare quando avete voglia di una veloce e istantanea iniezione di pura e ignorante energia e, certe volte, non si può veramente chiedere altro a un disco metal.


Tornano gli A-Z, il progetto messo in piedi dal batterista Mark Zonder, sopraffino ex-batterista dei Fates Warning insieme al cantante Ray Alder, cantante dei suddetti Fates Warning da oltre 35 anni, a cui si aggiungono una schiera di session man di grande caratura. L'obiettivo dichiarato era ricatturare lo spirito dell'hard rock progressivo che ha caratterizzato la carriera dei Fates Warning negli anni '90, un proposito pienamente raggiunto nell'ottimo disco d'esordio. Questo secondo album, A2Z², continua sulla stessa scia del precedente, mostrando però una maggiore coesione dei musicisti (merito soprattutto dei nuovi innesti a chitarre e tastiere) e una maggiore aggressività nel cantato di Ray Alder, che dona alle composizione un'immediatezza ancora maggiore. A2Z² è un disco sicuramente validissimo, a cui manca forse quel paio di brani veramente memorabili e, forse, quel pizzico di imprevedibilità in più. È una cosa voluta mantenere i brani estremamente lineari e concentrati sulla pura forma canzone, ma, forse, un paio di divagazioni strumentali in più e di complessità nel songwriting avrebbero dato un minimo di profondità in più al disco. Detto questo, A2Z² è una buona conferma per il progetto di Alder Zonder, che da side project all-star si sta trasformando piano piano in una vera e propria band.


Non conoscevo i finnici Havukruunu, attivi da quasi vent'anni e arrivati al quarto disco in dieci anni, ma devo ammettere che questo Tavastland, uscito per un'etichetta molto attenta a certe sonorità come Svart Records, si è rivelato un album davvero valido e avvincente. La formazione finlandese confeziona così un lavoro di puro viking metal che cita con gusto e passione i Bathory più epici, conditi da atmosfere glaciali e azzeccate che non possono non ricordare i primi Immortal. Un sound che riesce ad alternare momenti epicissimi, sventagliate di puro black metal e un gusto melodico notevole, il tutto sorretto da un songwriting di qualità. Un'altra band che, quindi, non inventa certo la ruota, ma che riesce a portare a casa il risultato alla grande senza mai risultare scontati o, peggio, stantii. Il miglior disco di viking metal ascoltato quest'anno e con buon margine.


Francamente, tra la copertina - bruttina - e il nome della band, non avrei dato una lira a questa formazione, ma devo ringraziare il buon Pietro "H.P.L." per avermeli fatti conoscere: Feather and Claw, secondo lavoro degli americani Owlbear, è infatti stata un gran bella sorpresa. La proposta sonora della formazione non è nulla di lontanamente originale, un lavoro di classicissimo ed epico metallone anni '80 che ha gli Iron Maiden e i Riot V i suoi maggiori numi tutelari, con a ruota decine di altre formazioni seminali tra le ispirazioni. A fare la differenza è il songwriting, molto lineare e solido e l'attitudine esuberante, sincera e anche un pizzico ingenua che rende l'ascolto di Feather and Claw assolutamente piacevole. In tutto questo, un plauso anche all'ottima prestazione dei vari musicisti, compreso il cantato molto azzeccato di Katy Scary. Certo, non manca qualche momento un po' oltre la soglia consentita del pacchiano (in particolare "Crawl from the Carcass", brano che definirei abbastanza imbarazzante), ma anche quello fa parte del gioco. Cavalcate esaltanti, momenti badass da antologia, testi geek, non manca proprio nulla: se amate il metallone anni '80, questo è un ascolto assolutamente consigliato!


Al pari degli Owlbear, non avrei dato mezza lira ai Miasmata, one-man band neozelandese, basandomi su monicker e copertina lo-fi. E invece, convinto da un recensione su AngryMetalGuy, ho deciso di dare una possibilità a questo progetto e sono rimasto piacevolmente sorpreso. Il sound, di base, segue i dettami del classico speed/proto black metal di scuola Venom, musica veloce, senza fronzoli, con la giusta dose di ignoranza sonora: i Miasmata decidono di seguire alla lettera i dettami del genere, soprattutto su riffing, strofe e ritornelli, risultando indubbiamente prevedibili e scontati. È però sulle parti strumentali che arrivano le sorprese: il lavoro alle chitarre del mastermind Mike Wilson è insospettabilmente brillante, con melodie che pescano a piene mani dalla discografia degli Iron Maiden, citati però con sapienza e un ottimo gusto melodico. Certo, negli arpeggi che aprono la suite conclusiva "Subterranean" l'ispirazione diventa un pelino troppo palese, tanto che a Steve Harris saranno fischiate un po' le orecchie, ma è un difetto che si può perdonare. Se amate il caro e vecchio speed metallone e le magliette con Eddie sono ancora parte del vostro normale vestiario, andate tranquillamente sul sicuro con i Miasmata!


Giunti al loro secondo album in tre anni, gli americani Tómarúm sono dediti a un complesso e arioso death metal progressivo basato sull'alternanza di parti più tirate e aperture melodiche. Insomma, un sound che vede (ovviamente) gli Opeth come veri e propri numi tutelari e che li rende, per certi versi i cuginetti degli An Abstact Illusion. A differenza della band svedese, nei Tómarúm si avverte maggiormente il peso di alcune soluzioni provenienti dal mondo black metal e un approccio alquanto creativo alle parti cantate dai due chitarristi che si sbizzarriscono con qualunque tipo di vocalizzo estremo: un artifizio che dona sicuramente imprevedibilità al sound, ma che, in più di una occasione, sembra andare un po' troppo oltre, soprattutto in alcune parti decisamente sgraziate. Detto questo e sottolineando quanto gli omaggi agli Opeth in certi punti siano un pelino troppo smaccati (soprattutto sulla suite "The Final Pursuit of Light"), devo ammettere che la proposta sonora dei Tómarúm è alquanto interessante: la band ha un buon songwriting e un 'ottima preparazione tecnica, le canzoni sono molto strutturate e complesse, ma in grado di mantenere una certa immediatezza e il gusto melodico della formazione americana è davvero degno di nota. Insomma, le potenzialità per diventare uno dei nomi più interessanti del genere ci sono davvero tutte.

I Dischi che Aspetto Maggiormente nel 2026

Anche quest'anno tento di elencare le probabili uscite del 2026 che attendo maggiormente; purtroppo alcuni dei dischi presenti nella lista dello scorso anno non sono stati rilasciati, per un motivo o per l'altro e quindi li riporto anche quest'anno, incrociando giustamente le dita.
  • Nonostante li abbia amati alla follia nel loro periodo d'oro (tra Rust in Peace e Youthanasia), è ormai qualche anno che seguo distrattamente le gesta della band guidata da Dave Mustaine. Darò comunque un ascolto anche a questo Megadeth, soprattutto perché sarà l'ultimo disco pubblicato dalla formazione americana e, nel bene e nel male, si tratta comunque di un evento (e dell'ennesimo gruppo storico che ci saluterà). I tre singoli pubblicati finora non mi hanno affatto convinto, ma sono incuriosito dall'approccio più grezzo e (molto tra virgolette) "punk" scelto da Dave. Fortunatamente non ci sarà molto da aspettare, visto che è la prima uscita di rilievo quest'anno.
  • Anche i Kreator arriveranno prestissimo sul mercato con Krushers of the World. Dopo avere scritto pagine fondamentali del thrash europeo e avere poi trovato una via personale e riuscita mischiando strutture thrash a melodie accattivanti, la band tedesca sembra avere ormai deciso di dare sempre più spazio al loro lato melodico e commerciale. I primi singoli sono prevedibili, piacevoli, ma anche un po' troppo pulitini e patinati, e ho più di un sospetto che questo album scontenterà i fan storici, a voler essere sinceri.
  • The Moth era già stato registrato nel 2024 e Devin Townsend aveva anche suonato in Olanda tutto l'album dal vivo con il supporto dell'orchestra in un evento speciale trasmesso in streaming. Ciò nonostante, The Moth non è arrivato sugli scaffali lo scorso anno. I motivi sono da ricercare in alcuni problemi personali del buon Devin, compreso un eccessivo stress, che l'ha portato a riorganizzare con calma i propri studi di registrazione per gestire al meglio il mixing del disco in formato Dolby ATMOS. Insomma, questo dovrebbe essere l'anno giusto per ascoltare il tanto agognato album orchestrale di Devin: chi ha visto l'evento streaming ha parlato di un lavoro molto complesso e stratificato, speriamo di scoprirlo a breve!
  • Alla fine, il progetto parallelo che riunisce il chitarrista, principale compositore e seconda voce Adam Dutkiewicz, all'ex-cantante dei Killswitch Engage, il bravissimo Howard Jones, non è uscito, probabilmente (e giustamente) per non intralciare la promozione dell'ultimo disco dei KSE. Inutile dire che sono molto curioso di ascoltare questo progetto, dal momento che adoro la voce del buon Howard!
  • Di sicuro uscirà il già annunciato nuovo album dei Gaerea: sempre più lanciata la band lusitana, tanto da avere firmato per una vera e propria major, ovvero Century Media (di proprietà Sony, per chi non lo sapesse). Con una popolarità in costante ascesa in virtù di un sound moderno e calibratissimo e un'immagine molto potente, i Gaerea sembrano davvero pronti ad esplodere. Il timore è che il sound possa subire un'ulteriore limatura delle parti più progressive a favore di una maggiore immediatezza, con una presenza di melodie e cantato pulito decisamente maggiore. Insomma, che si trasformi in una musica plasticosa e pre-confezionata per le masse, e i primi due singoli non hanno fatto altro che dare forza a queste teorie. Ma, come sempre, il verdetto lo si avrà con l'uscita del disco, ovviamente.
  • Ci avevo segretamente sperato, ma i Protest the Hero non hanno pubblicato nulla lo scorso anno, benché avessero dichiarato che le registrazioni del nuovo disco stavano procedendo. Aldilà dei mini-tour nordamericani, dai canali social della band canadese tutto tace. Incrocio le dita, perché i PTH sono una delle formazioni più uniche e personali della scena e la loro assenza pesa parecchio.
  • Se i Savatage sono tornati in piene forze per un lungo tour, che continuerà anche quest'anno con addirittura una data a Pompei con supporto dell'orchestra (beato chi potrà vederli), i lavori del nuovo (doppio?) disco procedono a rilento, soprattutto a causa delle pessime condizioni di salute del leader Jon Oliva (assente anche dal tour). Anche per i Sava si tratterebbe, con tutta probabilità, del disco di commiato per una carriera straordinaria quanto sfortunata.
  • Chissà se il 2026 sarà l'anno giusto per ascoltare qualcosa dei "nuovi" Nevermore: è ormai passato un anno da quando Jeff Loomis dichiarò di volere ricreare la band con il batterista Van Williams e con un nuovo bassista e cantante, selezionati dopo decine di provini. Per adesso di sicuro c'è solo la data di debutto della nuova line-up in quel di Wacken, ma è credibile che Loomis non se ne sia stato con le mani in mano e abbia scritto nuovo materiale. Per quanto giustamente scettico (sostituire un cantante come il compianto Warrel Dane non sarà affatto semplice, più che per la tecnica in sè, per l'enorme quantità di carisma e per la presenza magnetica che Warren aveva sul palco), sono comunque curioso di ascoltare nuove canzoni di una band che ho davvero amato alla follia. Per la cronaca ritengo pienamente legittimo che Jeff e Van abbiano deciso di riformare i Nevermore con un nuovo cantante e bassista; rischioso, complicato, ma legittimo.
  • È francamente difficile prevedere se uscirà del nuovo materiale a nome Mastodon, nonostante, sui canali social, il batterista Brann Dailor, abbia dichiarato che alcuni nuovi brani sono in fase di scrittura. Di sicuro sarà un disco molto complicato da scrivere e registrare dopo lo split con Brent Hinds e la sua tragica morte (per un incidente) qualche mese più tardi. Sostituire Brent sarà davvero impossibile e, infatti, sembra che la decisione della band di Atlanta sia quella di continuare come un terzetto affiancato da session man professionisti alla seconda chitarra. Basandomi su sensazioni puramente personali, non mi stupirebbe un parziale ritorno alle strutture più potenti e aggressive dei capolavori Leviathan e Blood Mountain.
  • Pur non avendo ancora annunciato nulla di ufficiale, è noto che anche i finlandesi Insomnium siano in fase di preparazione del loro nuovo album. Massima fiducia, visto che il loro ultimo trittico di dischi è stato davvero di qualità clamorosa, rendendo di fatto gli Insomnium la miglior band dell'ultimo decennio in campo melodeath.
  • Sia Geezer Butler che Tony Iommi, apparsi in forma smagliante nel concerto evento per l'addio alle scene (e, visti i tristi eventi, vero e proprio testamento artistico) di Ozzy Osbourne, hanno dichiarato di volere continuare a pubblicare dischi e di avere molto materiale già scritto e arrangiato, pronto a vedere la luce. Credo che i due vecchietti terribili abbiano ancora molto da dire nonostante la carriera quasi sessantennale, per cui speriamo abbiano tempo e voglia di pubblicare qualcosa di nuovo a proprio nome.
La chitarra con i fiori dei Savatage per il paragrafo In Memoriam

In Memoriam

Prima di chiudere questa retrospettiva, credo sia necessario ricordare la scomparsa di quattro figure importantissime per la musica pesante, ovvero Ozzy Osbourne, Ace Frehley, Tomas "Tompa" Lindberg e Brent Hinds. Per farlo, ho scelto l'immagine più caratteristica dei Savatage, la chitarra del compianto (e mai dimenticato) Criss Oliva con le rose abbarbicate che ho sempre trovato bellissima, raffinata ed evocativa.

Per quanto riguarda Ozzy Osbourne, per onestà intellettuale, ammetto di non essere mai stato il fan numero uno della sua voce, né del suo ingombrante personaggio, ma non c'è certo bisogno di ricordare la sua importanza capitale per la musica pesante, prima come cantante dei Black Sabbath e poi con i primi, clamorosi, album della sua carriera solista. Ma, oltre a questo, Ozzy è riuscito a rendere il suo personaggio universale (anche giocando carte controverse come quella del vecchietto rincoglionito, cosa che non certo era), una vera e propria icona mondiale. Sostanzialmente, a posteriori, non ci poteva essere migliore addio del mega-concertone che, con tutti i suoi limiti e difetti, ha celebrato il cantante inglese e la carriera dei Black Sabbath. Peccato solo per un finale un po' triste, con Ozzy sfinito sul palco e Bill Ward inqualificabile, con solo 4 pezzi suonati, il tutto mentre Geezer e Tony sembravano due ragazzini pronti a suonare per un altro paio di ore.

Anche per Ace Frehley ammetto candidamente di non essere mai stato un mega fan dei Kiss, ma è innegabile l'impatto che la band abbia avuto sul mondo della musica rock e su un certo modo di creare spettacolo, senza contare l'uso di costumi e make-up che, per strani giochi del destino, è diventato un vessillo di una musica diametralmente opposta a quella dei Kiss, il black metal. Detto questo, ricordo ancora con molta gioia e piacere il concerto che vidi a Milano per il tour della reunion di Psycho Circus: divertentissimo, fracassone ed emozionante. Il buon Ace pareva davvero in difficoltà inguainato nel suo costume, ma si sarebbe poi ripreso, almeno fino al maledetto giorno in cui fu vittima di un assurdo incidente casalingo.

Si sapeva che Tomas Lindberg, in arte Tompa, stava combattendo la sua battaglia contro un cancro molto aggressivo. Purtroppo la battaglia è stata persa e abbiamo perso un personaggio fondamentale della scena metal scandinava: la sua voce roca, quasi afona, eppure tagliente e potentissima era unica e immediatamente riconoscibile, e il suo lavoro con gli At The Gates è entrato di diritto nella storia del metal. Tomas, oltre a essere una persona alquanto affabile, ha poi continuato imperterrito con una carriera dove ha prestato la propria ugola a tanti progetti. In particolare ricordo con affetto il death n' roll degli svedesi Disfear, dove la voce potente e affilata di Tompa ci stava decisamente a fagiolo. Ci mancherà il buon Tomas, maledettamente.

Infine un pensiero anche per Brent Hinds: per tanto tempo i Mastodon sono stati forse la mia band preferita in assoluto, anche in anni dove seguivo la scena più distrattamente. Già l'abbandono (alquanto polemico, in particolare nei confronti di Troy Sanders) del chitarrista a febbraio era stato un piccolo shock (anche se era noto che la situazione fosse già al limite da un po'), ma la notizia della sua morte questo autunno in seguito a un incidente in sella alla sua moto è stata un vero e proprio colpo al cuore. Come gli stessi membri dei Mastodon hanno dichiarato, tutti immaginavano che, finito il periodo di "riflessione", Brent sarebbe poi tornato all'ovile, ma questo, purtroppo, non succederà mai. Se n'è andato così un chitarrista unico e personale, ma soprattutto un personaggio molto amato che ha dato tanto alla scena. Mi mancherà Brent, la sua voce, i suoi assoli e la sua personalità "larger than life".

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