Il Calderone Vol.14 - Metal Edition! Mini Recensioni di Dischi Usciti Nei Primi Sei Mesi del 2026 (Seconda Parte)
Recensioni a cura di Albyrinth - tutte le immagini, e la musica, sono copyright degli aventi diritto.
Mi scuso per la qualità dell'immagine di testa, ma mi diverte un mondo fare queste immagini low-fi utilizzando programmi di editing in modo volutamente amatoriale; giusto per totale correttezza alcuni elementi sono stati applicati utilizzando la AI e poi sistemati con un programma di editing.
Con la strega sempre più indaffarata con valigie e pulizie, riprendiamo il super articolone dedicato a una serie di mini-recensioni di album metal meritevoli di attenzione con altri sette dischi usciti nei primi sei mesi di quest'anno, che non hanno trovato però posto tra le recensioni "tradizionali". Potete trovare la prima parte QUI. Let's go!
- Serpent Gates - The Veil of Darkness (Recensione)
- Green Carnation - A Dark Poem, Part II: Sanguis (Recensione)
- Hellripper - Coronach (Recensione)
- August Burns Red - Season of Surrender (Recensione)
- Master's Ashes - How the Mighty Have Fallen (Recensione)
- Ethereal Darkness - Echoes (Recensione)
- Savatage – Madness Reigns From The Gutter (1990) (Recensione)
Serpent Gates - The Veil of Darkness (Recensione)
Dite la verità: quanto vi mancano gli Iron Maiden dei tempi d'oro, quelli di canzoni veloci e immediate come "The Trooper", "Aces High" e "The Evil That Men Do", per citarne tre piuttosto famose? Quanto sbuffate di fronte all'ennesimo interminabile intro arpeggiato di uno qualunque degli ultimi album? Se la risposta è "tanto" a entrambe le domande, complimenti avete trovate la vostra band perfetta, i Serpent Gates! Con una copertina che è un palesissimo richiamo ai Masters of the Universe, la band finlandese, arrivata con The Veil of Darkness al debutto discografico su una micro-etichetta indipendente locale, ha decisamente un solo obiettivo in testa: essere più Iron Maiden degli stessi Maiden! D'altronde basta giusto sentire le prime note dell'esaltante opener "Metamorphosis" e, in particolare l'attacco del cantante Antony Parviainen - forse il più impressionante clone di Bruce Dickinson mai sentito, e non è che ce ne siano pochissimi - per capire che aria tiri. Insomma, senza giri di parole, il sound dei Serpent Gates prende a piene mani dal trittico d'oro (Number-Piece-Powerslave) della band di Steve Harris, a cui si aggiunge anche qualche decisa ispirazione dagli album solisti di Bruce Dickinson, giusto per non farsi mancare nulla.
Si tratta di un vero e proprio gioco palese che, di fatto, relegherebbe i Serpents Gate al ruolo di meri imitatori. E, invece, The Veil of Darkness, pur con tutti i suoi ovvi limiti, è uno dei miei dischi preferiti di questo inizio 2026. Non è solo il piacere di sentire il canone maideniano riproposto in modo molto professionale: l'album è caratterizzato da un songwriting brillante ed energetico (sfido chiunque a non canticchiare "Night Creeper" già dopo il primo ascolto), la band è preparatissima, la prestazione del cantante Antony Parviainen è impressionante e le canzoni sono tutte molto piacevoli anche nei momenti più smaccatamente derivativi (in particolare sulla conclusiva "The Czar Will Fall"). Insomma, forse la vera differenza la fa l'esuberante energia della formazione finnica e il credere nei propri mezzi, con in più quel fattore più sfuggente e difficile da descrivere a parole che che rendono l'album vitale e mai noioso.
The Veil of Darkness è disponibile in formato digitale sulla Pagina Bandcamp della band, al momento alcune delle edizioni fisiche (CD e vinile standard) risultano esaurite. Il disco è ovviamente inoltre disponibile su tutti i maggiori servizi di musica in streaming. Per maggiori informazioni, visitate la Pagina Facebook della band.
Green Carnation - A Dark Poem, Part II: Sanguis (Recensione)
Nell'articolone dedicato ai Top e Flop 2025 in campo metal avevo messo, in modo volutamente provocatorio, il primo album della trilogia (che si chiuderà a settembre 2026 con The Messiah Complex) A Dark Poem, ovvero The Shores of Melancholia tra i "flop" (ovviamente tra molte virgolette) dell'anno. Un disco indubbiamente di qualità superiore alla media, scritto e composto con la solita classe a cui ci hanno abituato i Green Carnation, ma che, proprio, non aveva saputo minimamente prendermi, finendo presto fuori dalle rotazioni. Motivo per cui non avevo chissà quali aspettative verso l'episodio centrale della trilogia, Sanguis, che, invece, si è rivelato essere una gran sorpresa. Comprendo che è difficile spiegare a parole perché due dischi composti dalla stessa identica formazione a così breve distanza abbiano avuto effetti quasi opposti: probabilmente il merito è di un songwriting più diretto, malinconico e compatto che va a parare sia nei territori doom e progressivi del capolavoro Light of Day, Day of Darkness (praticamente citata nel finale della lunga title track), sia in quelli più squisitamente rock e psichedelici di The Quiet Offspring (in particolare su "I Am Time"), per un disco che si fa apprezzare già al primissimo ascolto.
Insomma, Sanguis è un lavoro piacevolissimo, dove emerge in modo chiaro la grandissima classe compositiva di una delle più personali e meno celebrate band di progressive metal, tornata ora davvero ai livelli di eccellenza che le spettano. Menzione d'onore per l'emozionante e vibrante ballata semi-acustica "Lunar Tale", graziata da una ricchezza compositiva strabordante e da una prestazione eccezionale del cantante Kjetil Nordhus. È chiaro che, probabilmente, i veri conti li si dovranno fare a settembre, quando la trilogia sarà finalmente completa e sarà possibile apprezzare al meglio la visione artistica dei Green Carnation: nel frattempo godiamoci queste sei splendide tracce per uno dei sicuri dischi dell'anno.
Hellripper - Coronach (Recensione)
Nata nel 2014 per volontà dello scozzese James McBain, a tutti gli effetti l'unico membro ufficiale di questa formazione, gli Hellripper hanno saputo conquistarsi mese dopo mese il favore del pubblico in virtù di un grezzo speed metal ad altissimo numero di ottani che richiama alla mente in primis i Venom e i Motörhead, ma che incorpora anche chiare influenze della scena NWOBHM e thrash anni '80. Insomma, un sound non esattamente raffinato, in cui la differenza la faceva la strabordante energia, convinzione e perseveranza messa in campo da James, per dischi indubbiamente tiratissimi, esaltanti e senza un attimo di pausa, ma che, con il passare degli ascolti, si rivelavano anche troppo omogenei e, quindi, abbastanza monodimensionali.Insomma, era necessaria una piccola sterzata per non cadere nel cliché della classica band che sa fare bene una sola cosa e la ripropone all'infinito e, fortunatamente Coronach riesce perfettamente nella missione, rappresentando di fatto l'album della maturità per gli Hellripper. Se la formula di base rimane (fortunatamente) sempre quella, a cambiare nettamente è la consapevolezza nei propri mezzi da parte di James McBain e la sua voglia di osare. Così il songwiriting si è fatto decisamente più vario, capace di alternare le classiche sparate a 200 all'ora (l'opener "Hunderprest" e soprattutto la delirante "Blakk Satanik Fvkkstorm", non solo un omaggio perfetto ai Motörhead, ma anche il miglior titolo di canzone dell'anno) a pezzi più ritmati ("Baobhan Sinth") e anche momenti più epici, con tanto di voce pulita, come sull'ottima title track posta a conclusione. Ma, aldilà della maggiore varietà, a fare nettamente la differenza è il lavoro pazzesco alla chitarra, con James che riempie ogni singolo brano di una quantità impressionante di riff, corredando il tutto con assoli di grandissima qualità. A fronte di uno stile codificato, gli Hellripper con Coronach sono riusciti a fare il definitivo salto di qualità, trasformandola da classica band emergente a solida realtà. Uno dei dischi dell'anno.
Coronach è disponibile in formato digitale e fisico sul sito ufficiale dell'etichetta Century Media. E' inoltre disponibile in formato fisico e digitale su tutti i maggiori store online. Il disco è ovviamente inoltre disponibile su tutti i maggiori servizi di musica in streaming, oltre che sulla Pagina Bandcamp della band. Per maggiori informazioni, visitate la Pagina LinkTree della band.
Ammetto che gli August Burns Red sono una di quelle formazioni che mi ha sempre girare un po' le scatole. Non si tratta affatto di antipatie personali o legate a questioni extra-musicali, anzi, ho sempre nutrito una certa simpatia per la band proveniente dalla Pennsylvania; il fatto è che ho sempre pensato che la formazione americano avesse doti tecniche e compositive sicuramente superiori alla media del metalcore, ma che loro abbiano sempre preferito rimanere nei confortevoli confini del genere, tra breakdown, riff compressi e le classiche ritmiche. Per carità, è indubbiamente vero che uno dei maggiori pregi degli August Burns Red sia la loro coerenza, con la band statunitense che non si è mai venduta alla logica del metalcore da arena con coretto radiofonico, però, ascoltando brani più progressivi e coraggiosi come la splendida "The Cleansing" sullo scorso album, è secondo me chiaro che ci sia ancora del potenziale inespresso.
Tutto questo preambolo per dire che, invece, questo nuovo Season of Surrender in realtà non cambia affatto le carte in tavola per gli August Burns Red, anzi, ci mostra il sound della band americana in una forma ancora più compatta e concisa, con quasi tutti i brani che oscillano tra i 3 e i 4 minuti, salvo l'ottima traccia finale "Forged By Failure". Detto questo, devo ammettere che, tolto un inizio un po' interlocutorio con i primi tre brani che scorrono senza lasciare il segno, l'album poi inizia a prendere quota, rappresentando probabilmente il miglior lavoro partorito dagli ABR da almeno un decennio. Se le canzoni non presentano generalmente grosse sorprese nella struttura e se il tasso tecnico di chitarre e ritmiche rimane sempre un gradino sopra alla media del genere, la vera differenza le fanno le melodie, più efficaci e ricercate, tra omaggi dichiarati al melodeath di scuola svedese, sorprendenti momenti che sfiorano il djent-core, contrasti be eseguiti (in particolare su "Cerebral Malfunction", caratterizzata da una prima parte tiratissima e un finale molto arioso con voce femminile che ricorda da vicino alcune cose degli immensi Protest The Hero) e, in generale, un songwriting ben calibrato tra immediatezza e parti più progressive.
In definitiva Season of Surrender è sì l'ennesimo album di una band peraltro prolificissima che non cambia di certo le coordinate sonore degli August Burns Red, ma che riesce a portare a casa il risultato in virtù di un songwriting compatto e ispirato. Comincio a credere che la formazione statunitense non riuscirà mai a liberarsi del tutto dalle catene imposte dagli stilemi metalcore, ma, finché la qualità rimarrà alta come in questo Season of Surrender, direi che non ci si può lamentare.
Season of Surrender è disponibile in formato digitale e fisico sul sito ufficiale dell'etichetta Fearless Records. E' inoltre disponibile in formato fisico e digitale su tutti i maggiori store online. Il disco è ovviamente inoltre disponibile su tutti i maggiori servizi di musica in streaming, oltre che sulla Pagina Bandcamp della band. Per maggiori informazioni, visitate il Sito Ufficiale della band.
È passato praticamente inosservato il debutto dei Master's Ashes per l'italiana Time To Kill Records, benché la formazione nordamericana presenti una serie di nomi piuttosto noti. Si inizia da Eric Forrest (a.k.a. E-Force)alla voce, noto per la sua permanenza nei Voivod sui due clamorosi album Negatron e Phobos [per la cronaca, Eric tornerà come cantante ospite per la band canadese quest'estate per sopperire alla mancanza di Snake], a cui si aggiungono il batterista Fred Waring III e il chitarrista Afzaal Deen, entrambi ex-membri di Crisis, formazione di culto anni '90 dedita a un metal complesso, intricato e sanguigno con chiari riferimento alla scena hardcore; completano la line-up il bassista Jeff Golden (ex-Crowbar), la tastierista Katie Golden e il secondo chitarrista Dan Kaufman. Il sestetto è dedito a quello che potremmo definire uno sludge metal molto cadenzato caratterizzato da riff molto "grassi" che ricorda un po' i già citati Crowbar, caratterizzato da atmosfere oscure di scuola doom, con in più quel tocco "siderale" che ricorda un po' i Voivod (soprattutto nei brani leggermente più tirati). Uno stile che la stessa band definisce "Post-Apocalyptic Doom" e che, tutto sommato, è una buona definizione per sintetizzare in tre parole il sound dei Master's Ashes.
Aldilà delle definizioni, How the Mighty Have Fallen è un disco molto denso e stratificato, sicuramente di non facile ascolto, guidato da un riffing molto sostanzioso e alquanto efficace e permeato da un'atmosfera quasi opprimente: in tutto questo la voce potente e drammatica di Eric Forrest ci sta a pennello. Un disco che ha come unico difetto una certa, forse eccessiva, omogeneità, fattore peraltro abbastanza endemico al tipo di sound scelto: per questo risulta difficile segnalare uno o due brani che svettino sopra gli altri, forse la trilogia "Divert the Conflict", sorretta da riff belli corposi che donano una certa energia alla tre tracce.
Aldilà delle definizioni, How the Mighty Have Fallen è un disco molto denso e stratificato, sicuramente di non facile ascolto, guidato da un riffing molto sostanzioso e alquanto efficace e permeato da un'atmosfera quasi opprimente: in tutto questo la voce potente e drammatica di Eric Forrest ci sta a pennello. Un disco che ha come unico difetto una certa, forse eccessiva, omogeneità, fattore peraltro abbastanza endemico al tipo di sound scelto: per questo risulta difficile segnalare uno o due brani che svettino sopra gli altri, forse la trilogia "Divert the Conflict", sorretta da riff belli corposi che donano una certa energia alla tre tracce.
In definitiva How the Mighty Have Fallen, pur affidandosi a soluzioni indubbiamente codificate, mostra tutta la classe ed esperienza dei nomi coinvolti, per uno dei lavori di sludge metal più esaltanti e solidi ascoltati negli ultimi mesi: come detto, non si tratta certo da un disco da ascoltare in sottofondo, ma di un lavoro che necessita di una certa concentrazione e costanza per essere interiorizzato. Se avete amato i Voivod con E-Force alla voce e se ancora rimpiangete la musica dei Crisis, un ascolto obbligato.
How the Mighty Have Fallen è disponibile in formato digitale e fisico sul sito ufficiale dell'etichetta Time to Kill Records. E' inoltre disponibile in formato fisico e digitale su tutti i maggiori store online. Il disco è ovviamente inoltre disponibile su tutti i maggiori servizi di musica in streaming, oltre che sulla Pagina Bandcamp della band. Per maggiori informazioni, visitate la Pagina Instagram della band.
Per l'immancabile "quota melodeath" ecco arrivare gli Ethereal Darkness, una formazione belga, giunta con Echoes al suo secondo album in otto anni, che si è nettamente distinta nella marea di uscite mensili, pur rilasciando il disco in maniera sostanzialmente indipendente. Se il riferimento principale del sound è, per forza di cose, sempre la scena svedese, bisogna però dire che sono altrettanto importanti i riferimenti alla scena doom e gothic anni '90, il tutto incapsulato in un songwriting complesso, progressivo e libero da strutture, caratterizzato da moltissime variazioni, con tracce che durano tra gli 8 e i 14 minuti. Un mix che, idealmente, ricorda una delle band di culto più sottovalutate della scena, gli Edge of Sanity capitanati dal mitico Dan Swanö che, guarda caso, ha mixato e prodotto questo album, garantendo a Echoes un suono pulito, ma anche piacevolmente retrò, con le chitarre e le tastiere che svettano nettamente sulle ritmiche.
Detto questo, sarebbe errato ridurre gli Ethereal Darkness a dei semplici epigoni, perché la formazione belga mostra da subito ottime qualità: il songwriting è centrato, il sound ottimamente bilanciato in tutte le sue componenti, le melodie accattivanti e immediate senza mai risultare becere o scontate, il lavoro delle due chitarre che intessono melodie e riff assolutamente di alto livello e le canzoni, per quanto sicuramente lunghe e complesse, non cadono mai nella trappola della noia. Alla fine, gli unici veri difetti di questo disco risiedono in alcuni momenti più prolissi e nel fatto che, effettivamente, alcuni passaggi un po' ridondanti sarebbero potuti essere tagliati così da portare il minutaggio finale sotto i 60 minuti.
In definitiva, Echoes è un lavoro molto solido e decisamente piacevole da ascoltare, soprattutto se amate quel tipo di sonorità tipicamente anni '90; aldilà del sempre imperante effetto nostalgia, c'è però molta sostanza dietro questo secondo album degli Ethereal Darkness, che in breve tempo ha saputo scalare sempre più posizioni nelle mie rotazioni. Band da tenere d'occhio, assolutamente!
Echoes è disponibile in formato digitale e fisico sulla Pagina Bandcamp della band. E' inoltre disponibile in formato digitale su tutti i maggiori store online. Il disco è ovviamente inoltre disponibile su tutti i maggiori servizi di musica in streaming. Per maggiori informazioni, visitate la Pagina Facebook della band.
Savatage – Madness Reigns From The Gutter (1990) (Recensione)
Se i lavori per il tanto atteso nuovo album procedono decisamente a rilento, tanto che sicuramente non vedrà la luce neanche quest'anno, il carrozzone dei Savatage è decisamente ripartito, tanto che la band (ancora senza Jon Oliva, costretto a casa dalle precarie condizioni di salute) sarà impegnata per tutta l'estate tra festival e concerti evento, come quello che li vedrà suonare nell'incredibile cornice delle rovine di Pompei accompagnati da un'orchestra. Per rendere più sopportabile l'attesa, Jon Oliva ha ben pensato di andare a ripescare uno dei concerti registrati nel 1990 (più precisamente il 29 giugno di 36 anni fa a Los Angeles) durante la tournee di supporto a Gutter Ballet [Note: alcuni brani provenienti dal concerto erano già stati pubblicato nella compilation live Ghost in the Ruins, uscita come tributo a Criss Oliva].
Sulla qualità complessiva c'è ben poco da dire: questo concerto mostra i Savatage al top della forma e suggella perfettamente la prima parte della carriera della band floridiana, quella più prettamente metal, prima che si muovesse su territori più ricercati e teatrali, guidati dalla sapientissima mano del compianto manager Paul O' Neill. Anche la resa sonora è francamente strabiliante, contando che, probabilmente, il master originale era stato registrato su supporto analogico: non solo il suono è davvero pulito e potente (soprattutto per quanto riguarda il suono della batteria), ma si riescono a sentire chiaramente tutti gli strumenti senza alcun fruscio e la voce di Jon Oliva potente e squillante, perfetta dimostrazione di quanto fosse un grandissimo performer, prima che vizi e problemi fisici prendessero purtroppo il sopravvento. E poi c'è la chitarra di Criss Oliva, talento incredibile e cristallino che ci è stato strappato davvero troppo presto, in alcune delle canzoni dove si può apprezzare al meglio non solo la sua grande tecnica, ma soprattutto la dose enorme di carisma e feeling in ogni singola nota.
In definitiva, Madness Reigns From The Gutter non è solo un graditissimo antipasto di quello che sarà, presumibilmente, l'ultima fatica dei Savatage, ma è anche una splendida testimonianza della grandezza di una delle band più sottovalutate e sfortunate della storia del metal. Se ancora non conoscete la loro musica, in particolare per quanto riguarda la prima parte della loro carriera, questo ottimo live è un perfetto compendio.
In definitiva, Madness Reigns From The Gutter non è solo un graditissimo antipasto di quello che sarà, presumibilmente, l'ultima fatica dei Savatage, ma è anche una splendida testimonianza della grandezza di una delle band più sottovalutate e sfortunate della storia del metal. Se ancora non conoscete la loro musica, in particolare per quanto riguarda la prima parte della loro carriera, questo ottimo live è un perfetto compendio.
Madness Reigns From The Gutter è disponibile in formato digitale e fisico su tutti i maggiori store online. Il disco è ovviamente inoltre disponibile su tutti i maggiori servizi di musica in streaming. Per maggiori informazioni, visitate la Pagina Facebook della band.
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