25 Cover Metal (Articolo + Playlist)

 Una Variant Cover del fumetto Murder Flacon che omaggia Painkiller dei Judas Priest

Articolo a cura di Albyrinth - tutte le immagini, e la musica, sono copyright degli aventi diritto

[NOTA: Non sapendo cosa scegliere come immagine di "copertina" e non volendo fare un terribile collage, alla fine ho optato per un particolare tratto da una delle variant cover di Murder Falcon di Daniel Warren Johnson; in pratica una variant cover che è in realtà una cover della cover art di Painkiller. Sì, questo scioglilingua è terribile, ma mi faceva ridere, sarà l'età...]

Visto il buon successo del mio precedente articolo con playlist dedicato al Power Metal, era da qualche tempo che stavo pensando a replicare con un altro genere; alla fine, ho però optato per non limitarmi a un singolo genere, ma invece di utilizzare un approccio più trasversale per parlare delle mie cover metal (con un paio di deroghe) preferite. Come è noto, le cover sono da sempre croce e delizia per l'ascoltatore, curioso di vedere come la propria band preferita affronti l'omaggio a qualche altra formazione storica. A voler essere onesti, spesso le cover sono utilizzate come b-side a sforzo zero (o quasi), o come un modo per registrare qualcosa in tempi molto ristretti, cosa divenuta ancora più evidente con l'arrivo delle piattaforme musicali streaming, che impongono il rilascio più o meno costante di nuovi singoli da dare in pasto all'algoritmo.
Detto questo, non c'è dubbio che, in 50 anni di storia [NOTA: Ritengo Sad Wings of Destiny dei Judas Priest del 1976 il primo vero disco heavy metal della storia] siano uscite un numero di cover memorabili, che ho deciso di raccogliere in una playlist, dove per ogni canzoni spiegherò perché la ritengo una cover degna di nota. 
Ho creato quindi una playlist dedicata su Spotify, che potete ascoltare sia interagendo con i player integrato qui sopra che cliccando su questo Link. Per chi non disponesse di un account con la piattaforma musicale, ho provveduto a rendere cliccabili i titoli delle canzoni presenti nella retrospettiva in modo che siano collegati direttamente al pezzo su YouTube.

Note:
  1. L'ordine delle canzoni è puramente casuale ed è stato ottenuto utilizzando un dado a 24 facce da GdR.
  2. Per la playlist ho contato solo band ufficiali, evitando i vari youtuber che fanno cover più o meno riuscite e interessanti utilizzando gli strumenti più disparati.
  3. L'unico verto vincolo che ho messo è stato quello di aggiungere una sola cover per band (escluse le bonus track), giusto per avere una maggiore varietà.
  4. Come sempre, la playlist contiene quelle che ritengo essere le MIE 25 cover metal preferite, non si propone in nessun modo di stabilire una classifica definitiva o altro.
  5. Il corollario della nota precedente, è che ho dovuto fare comunque una cernita piuttosto complicata e sicuramente mancheranno dalla lista alcune delle vostre (oltre che delle mie) cover preferite. Sinceramente, già questo articolo è molto lungo, esagerare avrebbe reso il tutto illeggibile. Non arrabbiatevi, alla fine è solo questione di gusti (o, forse, dal fatto che di alcune cover ignoro proprio l'esistenza). Comunque nulla vieta, tra qualche mese, di fare un secondo capitolo.
  6. Oltre alle 25 cover, ne ho aggiunte altre quattro per completare in modo un po' originale il tributo a quattro musicisti metal che sono scomparsi nel 2025, iniziato nel paragrafo In Memoriam dell'articolo riguardante i Top e Flop 2025.
Le copertine delle prime tre tracce della playlist

Nevermore - Love Bites (Judas Priest) 

I Nevermore non hanno registrato molte cover nel corso della loro carriera, ma hanno sempre lasciato il segno quando hanno provato a reinterpretare brani altrui, mettendoci dentro tanta personalità. Probabilmente la loro cover più popolare è quella di "The Sound of Silence" di Paul Simon, ma ho deciso di lasciarla fuori perché non la ritengo un rifacimento, ma bensì proprio una nuova canzone, peraltro tiratissima e martellante, con lo stesso testo e ispirata dalle lugubri e tristi atmosfere del brano originale: insomma, una grande traccia, tiratissima e drammatica, che non mantiene però quasi nulla dell'originale, a parte giusto la melodia iniziale. Altrettanto interessante, comunque, è la cover di "Love Bites" dei Judas Priest, anch'essa parecchio stravolta: l'originale è un classico brano diretto e quadrato dei Priest, che gioca bene con l'ambiguità del testo, bilanciato tra richiami horror e riferimenti sessuali, il tutto con quell'ironia sorniona con cui Rob Halford si divertiva a nascondere doppi sensi divertiti e sottili sul mondo omosessuale. L'interpretazione dei Nevermore è molto più oscura, potente e ritmata ed è caratterizzata da una prestazione perfetta del compianto Warrel Dane, capace di dare al cantato una drammaticità e teatralità unica. Un ottimo esempio di come si possa reinventare in modo sostanziale, ma rispettoso, un brano e dell'immensa personalità che possedevano i Nevermore dei tempi d'oro.

Guns N' Roses - Since I Don't Have You (The Skyliners)

I Guns' N' Roses sono una di quelle formazioni che non si è mai fatta troppi problemi a eseguire cover sia su disco che dal vivo, basti pensare che il loro EP d'esordio è per metà composto da rifacimenti dei Rose Tattoo e Aerosmith. Anzi, dopo il successo dei due Use Your Illusion, pubblicarono un intero album di cover, The Spaghetti Incident?, dove la band californiana intendeva rendere omaggio alle proprie ispirazioni legate al genere punk: in realtà, in quel momento, la band era già sul punto di implodere e il disco è sempre sembrato più un obbligo contrattuale che altro, e la cosa si sente fin troppo bene. Francamente, The Spaghetti Incident? è un compitino svogliato e suonato con zero energia e convinzione, a tratti fastidioso; fortunatamente, anche in un tale disastro, fortunatamente, c'è una lodevolissima eccezione, ovvero la opener "Since I Don't Have You", ballatona anni '50 scritta originariamente dai The Skyliners. La versione dei GN'R è clamorosa: fedele all'originale, ma eseguita con maggiore energia e graziata da una prestazione praticamente perfetta di Axl Rose. Ciliegina sulla torta, al solita tonnellata di felling che riesce a metterci il buon Slash, il cui tocco è riconoscibilissimo nel riff iniziale e negli assoli. 

Opeth - Remember Tomorrow (Iron Maiden)

Gli Opeth sono una di quelle formazioni che non si è mai tirata indietro quando c'era da omaggiare qualche band del passato e, tra live e bonus track, la band svedese ha inciso un buon numero di cover, spesso interpretate in modo personale, sfruttando le grandi capacità tecniche e la grande sensibilità artistica. Nel ballottaggio finale sono entrate la versione malinconica e poetica di "Soldier of Fortune" dei Deep Purple, la sorprendentissima reinterpretazione di "Would?" degli Alice in Chains (brano alquanto distante dai territori tipici degli Opeth) e "Remember Tomorrow" degli Iron Maiden. Alla fine ho scelto quest'ultima, non solo per l'amore che provo verso la traccia originale, ma soprattutto perché è una canzone perfetta per essere incisa dagli Opeth, basata su strofe tranquille e caratterizzate da atmosfere oscure e malinconiche, contrastate da un finale veloce, tirato e catartico: insomma, un contraltare perfetto alle due anime della formazione guidata da Mikael Åkerfeldt. La loro interpretazione di questo classico tratto dal primissimo album degli Iron Maiden è davvero splendida, con Mikael bravissimo nelle strofe e la sezione ritmica sugli scudi sullo splendido finale strumentale. Una delle migliori reinterpretazioni di un brano della band di Steve Harris, e non è che non ce siano tante in giro, anzi!

Le copertine delle tracce dalla 4 alla 6

Strapping Young Lad - Exciter (Judas Priest)

Non poteva mancare un brano cantato da uno dei miei artisti preferiti, Devin Townsend, qui ancora giovanissimo (intorno ai vent'anni) e a inizio carriera con il primo, assurdo, devastante e disorientante album degli Strapping Young Lad. Questa "Exciter" dei Judas Priest era appunto la bonus track del debutto e Devin, che da sempre ha avuto un umorismo strano e peculiare, decide di farne un finto live, immaginando che la tracia facesse parte di Unleashed in the East, disco live dei Priest che, notoriamente, fu risuonato in buona parte in studio. Insomma, la finta cover dal vivo di un finto pezzo dal vivo, ma non solo: alla fine della canzone i SYL attaccano pure con il riff iniziale di "Running Wild", esattamente come nella scaletta del disco dei Priest! Aldilà delle follie del buon Devin, il pezzo è piuttosto fedele, anche se, ovviamente un po' pompato e velocizzato; ma il vero motivo d'interesse è la voce del cantante canadese, qui ancora un po' grezza, ma potentissima, una buona dimostrazione del range amplissimo di ottave che riesce a raggiungere soprattutto sul finale dove non ha problemi a raggiungere le ottave del Metal God. Certo, poi Devin sarebbe migliorato immensamente dal punto di vista dell'esecuzione, ma trovo interessante sentire quanto grezzo potenziale ci fosse nelle sue prime esperienze musicali.   

Helloween - Lay All Your Love on Me (Abba)

Ok, questa l'avevo già messa nell'Articolo dedicato alla playlist Power Metal come bonus track, quindi, per non ripetermi, avrei forse dovuto mettere un'altra cover eseguita dagli Helloween, per esempio l'ottima "Hocus Pocus" dei Focus (con tanto di Andi Deris che si cimenta alla grande con lo yodel), ma, alla fine, "Lay All Your Love on Me" degli abba è talmente spettacolare, che è dovuta entrarci per forza. Visto che sono pure pigro, ricopio pari pari quanto scritto nell'articolo precedente: che le immortali e immediate melodie pop degli Abba fossero sotto sotto apprezzate da un'ampia schiera di musicisti metal era cosa nota, ma che non avrei mai immaginato che potessero adattarsi così bene al power metal teutonico. Questa reinterpretazione degli Helloween è semplicemente perfetta nel preservare melodie e struttura dell'originale aggiungendo però chitarre e doppia cassa. Da sottolineare anche la prestazione maiuscola di Andi Deris, che dimostra ancora una volta (se mai ce ne fosse davvero bisogno) la sua grandissima versatilità. Una delle migliori cover metal in assoluto!

Dropkick Murphys - It's a Long Way to the Top (If You Wanna Rock N' Roll) (AC/DC)

I Dropkick Murphys, gli alfieri del cosiddetto celtic punk, sono un'altra band che ha registrato decine e decine di cover nella propria, ormai trentennale carriera. Oltre ai classici folk irlandesi reinterpretati in chiave rock, presenti in tuta la loro discografia, e a campionamenti vari per quanto riguarda le melodie, la band di Boston ha anche reso omaggio a molte band rock e punk che sono state delle dirette ispirazioni, tra cui, appunto, gli AC/DC, tanto che "T.N.T." è stata presente a lungo nelle loro scalette live. Ho però scelto un'altra cover di un brano della band australiana, ovvero "It's a Long Way to the Top (If You Wanna Rock N' Roll)", il brano per eccellenza di Bon Scott, che, per eseguirla, portava sul palco la cornamusa. Essendo i DM uno dei pochi gruppi a potere vantare la presenza di un suonatore di cornamusa in line-up, era inevitabile che, prima o poi ne pubblicassero una cover. Che, in realtà, è davvero molto fedele all'originale, ma è però interpretata con energia, convinzione e ovvia deferenza.

Le copertine delle tacce dalla 7 alla 9

Slayer - Filler / I Don't Want to Hear It (Minor Threat)

Nonostante gli Slayer siano una delle formazioni più solide e coerenti dell'universo, quando c'è da realizzare delle cover spesso riescono a stupire, tipo quando hanno piazzato la cover di "Wicked World" al concerto di addio a Ozzy. Detto questo, furono in molti a rimanere stupiti quando la band californiana annunciò nel 1996 l'uscita di un album tributo alle più importanti formazioni hardcore, Undisputed Attitude, scatenando tra l'altro accese discussioni tra chi sosteneva che il thrash non sarebbe esistito senza queste band e chi [sottoscritto incluso] invece che l'ispirazione era più a livello di attitudine [appunto] ed energia che di musica vera e propria. Comunque sia, il tributo riservato dagli Slayer a queste formazioni seminali è fatto come si deve, con grande energia e, incredibile, pure un pizzico di rilassatezza e divertimento. Alla fine ho scelto "Filler / I Don't Want to Hear It", due cover, graffettate insieme, dei Minor Threat, davvero tiratissime ed esaltanti. 

Death - Painkiller (Judas Priest)

Se andate a cercare su YouTube uno dei tanti video intitolati, suppergiù, "Cover metal che sono meglio degli originali", troverete che non manca mai una la cover di "Painkiller", presente sull'ultimo album dei Death, il capolavoro "The Sound of Perseverance". E non è clickbait, perché questo omaggio fatto dalla band del mai troppo compianto Chuck Schuldiner è veramente una delle migliori cover mai sentite, e stiamo parlando di uno dei brani più iconici, potenti e leggendari della storia dell'heavy metal! Il lavoro svolto da Evil Chuck è semplicemente perfetto nel mantenere struttura e melodie dell'originale, intervenendo però di cesello per rendere (grazie anche alla tecnica sopraffina di tutta la band) la canzone più dinamica, tecnica e imprevedibile, compiendo il capolavoro negli assoli clamorosi, totalmente reinventati dai chitarristi. Certo, c'è un problemino: la voce di Chuck non solo non può certo competere con quella di Rob Halford, ma, nel tentativo di ricreare l'effetto ultrasonico dell'originale, finisce per essere piuttosto sgraziata (ma sempre intonata, sia chiaro), rischiando di risultare sgradita a qualcuno. Aldilà di questo, una cover davvero leggendaria.

Metallica - Last Caress /  Green Hell (Misfits)

L'idea di fare una cover di "Green Hell" dei Misfits in realtà risale a qualche anno prima, quando Cliff Burton iniziò una corrispondenza cartacea con Glenn Danzig, chiedendogli il permesso di registrare la loro versione della canzone, a cui (sorprendentemente?) Glenn rispose che solitamente non si fidava delle band e non concede il permesso di utilizzo, ma dei Metallica invece sì. Per la cronaca è apparsa in rete anche la foto della lettera, ma, visti i tempi che passano, non so se sia legittima o meno. 
Comunque sia, poi la canzone non venne registrata e, come è ben noto, il buon Cliff ci lasciò una maledetta notte nel settembre del 1986 in seguito a un ribaltamento del tour bus della band. I Metallica, però, non si scordarono della volontà di registrare una cover dei Misfits, tanto da inserirla nel primo EP registrato con Jason Newsted, il ben noto The $5.98 E.P.: Garage Days Re-Revisited, tutto composto da cover. In realtà, "Green Hell" è stata graffettata a un altro brano dei Misfits, la celeberrima "Last Caress" e la reinterpretazione da parte di James Hetfield e soci è davvero ottima, fedeli quanto bastano, ma anche potenziate e leggermente velocizzate. Queste reinterpretazioni hanno rappresentato però non solo un buon omaggio, ma, visto anche che la popolarità dei Metallica sarebbe letteralmente esplosa a breve, anche una perfetta porta di ingresso all'horror punk dei Misfits per molte persone che non conoscevano la band di Glenn Danzig e Jerry Only

Le copertine della tracce dalla 10 alla 12

Voivod - Astronomy Domine (Pink Floyd)

Al pari di "Painkiller" dei Death, anche la cover di "Astronomy Domine" dei Pink Floyd, eseguita dai canadesi Voivod, è considerata universalmente una delle migliori reinterpretazioni da parte di una band metal in assoluto. E anche qui, davvero nulla da dire: d'altronde non poteva andare davvero nulla storto quando una delle formazioni più personali, innovative, seminali e incredibili della storia della musica pesante ha deciso di reinterpretare la canzone che apre il primissimo album dei Pink Floyd, un geniale delirio psichedelico, forse il simbolo di tutta l'era Barret. La versione della formazione del Québec è davvero spettacolare: c'è il drumming nervoso di Away (con un utilizzo azzeccatissimo della doppia cassa), le distorsioni pulite della chitarra di Piggy, la voce sgraziata di Snake, che qui trova la sua dimensione perfetta e quelle atmosfere siderali che solo i Voivod sanno creare. Un capolavoro.

Paradise Lost - Small Town Boy (Bronski Beat)

Non è certo un segreto che i Paradise Lost siamo grandi amanti della musica elettronica anni '80: d'altronde, nonostante l'invidiabile posizione di leader della scena doom-gothic dei nineties capaci di riempire arene, soprattutto dopo il successo di Draconian Times, la band inglese ha spiazzato i propri fan spostando le coordinate sonore della loro musica dal metal a un rock estremamente debitore della musica dei Depeche Mode, in particolare sul controverso Host, album assolutamente non brutto, ma anche fin troppo derivativo e distante dal DNA della formazione britannica: un album che non raccolse il successo sperato e portò i Paradise Lost a un'inversione di rotta, con risultati invero davvero buoni, in particolare per quanto riguarda gli ultimi due dischi. Nonostante questo, l'amore dei PL per gli anni '80 non si è certo affievolito e, quindi, ecco arrivare nel 2002 la cover di "Small Town Boy" dei Bronski Beat, brano alquanto significativo, che affrontava, in tempi certo differenti da quelli attuali, un tema come la difficoltà di integrazione di un giovane omosessuale in quel mondo ristretto che sono i paesini di provincia. È curioso che i Paradise Lost abbiano scelto questo brano, non per le tematiche, ma piuttosto per il fatto che il cantante dei Bronski Beat, Jimmy Sommerville, era universalmente noto per la sua voce ultrasonica, mentre Nick Holmes gira su ottave parecchio basse. Nick però ci mette una buona pezza riadattando tutto bene e compensando la mancanza di estensione con il carisma; a fare il resto ci mette un riarrangiamento forse un pelino scontato, con le chitarre a sostituire le tastiere dell'originale e un'atmosfera virata su territori leggermente più oscuri, ma comunque tutto ben eseguito. 

Motörhead - God Save the Queen (Sex Pistols)

Anche i mitici Motörhead di Lemmy non si sono mai fatti troppi problemi a realizzare cover per tributare un omaggio alle loro maggiori ispirazioni o per ringraziare le tane band con cui hanno diviso i palchi, che siano i Ramones, i Metallica o i Judas Priest. Tra tutte queste reinterpretazioni (incluse nella raccolta postuma Under Cöver), ho scelto "God Save the Queen" dei Sex Pistols innanzitutto perché il punk è stato un ingrediente fondamentale della musica dei Motörhead, non bisogna certo dimenticarlo. In più questa versione è davvero divertente, riarrangiata con sapienza (che vuol dire leggermente velocizzata e potenziata, ovviamente) e interpretata con la giusta grinta e un'ottima e salutare dose di ironia dal grande Lemmy, uno che poteva davvero cantare qualunque canzone senza sembrare mai fuori posto. Nonostante sia scomparso da ormai dieci anni, è inutile dire quanto ci manchi il buon Ian.

Le copertine delle tracce dalla 13 alla 15

System of a Down - Snowblind (Black Sabbath)

Finalmente è arrivato il momento per una scelta più controversa, ovvero "Snowblind" reimmaginata dai System of a Down in occasione del più che discreto tributo Nativity in Black, uscito nel 2000. Ovvero esattamente tra il primo e il secondo album dei SOAD, un momento in cui la band di origine armena pareva non sbagliare assolutamente nulla, una tempesta perfetta che li ha fatti diventare in brevissimo tempo delle vere e proprie star, anche al di fuori degli stretti confini del fandom heavy metal. Questa cover di "Snowblind" è assurda e sopre le righe, ma è creativamente debordante con tutta la parte delle strofe completamente reinventata con la tipica follia e imprevedibilità dei SOAD dei tempi d'oro. In più adoro il break centrale che mette in mostra l'immenso talento di Serj Tankian, contrastato dall'accelerazione con una versione iperpotenziata del riff originale (e ce ne vuole!). Certo, alcuni fan puristi dei Black Sabbath si scandalizzarono parecchio (secondo me più per i vocalizzi di Serj alla fine del ritornello che per la versione in sé), ma poco importa, rimane una cover davvero riuscita e valida, secondo me.

Iced Earth - Burnin' for You (Blue Öyster Cult)

Gli Iced Earth non saranno certo mai citati tra le band più eclettiche della scena, forti di un sound tanto basilare quanto efficace che mischiava ritmiche di stampo thrash a melodie di scuola Priest e Maiden. Dopo avere raggiunto la popolarità con The Dark Saga (grazie anche al furbo concept incentrato sullo Spawn di Todd McFarlane), la formazione americana ha continuato tra alti e bassi, e molti cambi di formazione, sulla sua strada, variando molto poco la formula, almeno fino allo split avvenuto dopo l'arresto del leader Jon Schaffer per la sua partecipazione attiva ai famigerati eventi del 6 gennaio 2020. Anche gli Iced Earth hanno realizzato un album di cover, Tribute to the Gods, che, prevedibilmente, paga tributo a una serie di grandi classici metal e hard rock con deferenza e, purtroppo, zero inventiva. Tanti omaggi molto fedeli, scontati e francamente inoffensivi, ma comunque più che ascoltabili. Unica vera  eccezione questa cover di "Burnin' for You" dei Blue Öyster Cult: salvo le chitarre più distorte e compresse, questa versione è parecchio fedele al pezzo originale, ma qui la differenza la fa il cantante Matthew Barlow - un cantante dotato di ottima tecnica e di un timbro davvero bellissimo, ma anche piuttosto carente per quanto riguarda carisma e doti interpretative - che è davvero perfetto nel donare nuova vita alle linee vocali di Buck Dharma [Nota: Ho sempre trovato paradossale che tutte e tre le  canzoni più popolari dei BOC siano state cantate dal chitarrista invece che da Eric Bloom], in particolare sulle strofe. 

Blind Guardian - Spread Your Wings (Queen)

Anche i Blind Guardian non si sono mai tirati indietro quando era il momento di omaggiare altre band, magari con la giusta dose di ironia, come capitato nelle due divertentissime versioni del classico anni '50 "Mister Sandman" e di "Surfin U.S.A." dei Beach Boys. A livello di gusti personali, però, ho sempre avuto un debole per la loro cover di "Spread Your Wings" dei Queen. Ora, non c'è certo bisogno di dire quanto la band inglese sia stata un'influenza davvero importante per molte formazioni metal, in particolare per le armonizzazioni dei cori, le melodie e una certa teatralità; la stessa cosa vale ovviamente anche per i Blind Guardian, una formazione che ha fatto di cori ricercati e atmosfere teatrali (ed epiche) il proprio vessillo, quindi non stupisce affatto che la la band tedesca avesse deciso di omaggiare i Queen con "Spread Your Wings", pubblicata come bonus track del capolavoro Somewhere Far Beyond. La versione dei BG è indubbiamente fedele all'originale, ma con tanti piccoli tocchi personali, non solo nei cori ovviamente più magniloquenti, ma anche in una batteria con qualche inserto di doppia cassa e per le melodie riconoscibilissime delle chitarre. Anche il fattore più critico, ovvero la voce roca di Hansi Kürsch, indubbiamente molto molto distante da quella di Freddie Mercury, risulta ben inserita nel brano, con le linee vocali riarrangiate con intelligenza.

Le copertine delle tracce dalla 16 alla 18

Fates Warning - Closer to the Heart (Rush)

Uscito nel 2007, il tributo ai Rush intitolato Working Man è un po' figlio dei suoi tempi [cover compresa che fa rivalutare qualunque immagine fatta con la AI], dal momento che, per qualche anno, uscirono diversi tributi non assemblati come una raccolta di cover realizzate da band differenti, ma come jam session tra nomi più o meno grandi della scena. In particolare, su questo Working Man troviamo un buon numero di musicisti provenienti dalla scena prog metal di quegli anni (dominata dai Dream Theater e dai tanti epigoni) a cui si univano una serie di veterani della scena hard rock. Insomma, il problema di questo tributo non era certo la caratura tecnica degli artisti coinvolti, ma, bensì, un certo ed eccessivo timore reverenziale, dove i brani dei Rush venivano suonati in modo sostanzialmente perfetto, ma senza particolari guizzi, il chefin sce per essere quasi deludente. Uniche eccezioni la "Natural Science" interpretata in modo assurdo e delirante (ma interessante, sia chiaro) da un ancora relativamente giovane Devin Townsend, e questa "Closer to the Heart", unico brano del tributo interpretato da una band vera e propria, ovvero gli immensi Fates Warning. La loro versione è indubbiamente fedele all'originale (anche perché si tratta di una canzone così iconica da non potere essere stravolta), ma è suonata e cantata con autorevolezza, passione, energia e una dose immensa di feeling (soprattutto nel drumming del sempre grande Mark Zonder), fattore che rende la traccia come la migliore del lotto.

Entombed - Night of the Vampire (Roky Erickson)

Anche gli Entombed, seminale formazione svedese nota per un sound personale e riconoscibilissimo che ibrida strutture e melodie rock a un death metal tirato e fracassone, chiamato, ovviamente, death n' roll. Nella loro più che trentennale carriera, la band ha realizzato un gran numero di cover provenienti da entrambi i mondi, spesso come b-sides per edizioni deluxe e giapponesi. Particolarmente interessante è la reinterpretazione di "Night of the Vampire", brano rilasciato nel 1980 da Roky Erickson, cantautore statunitense di culto, dedito a un rock psichedelico. Il brano originale, che consiglio di andare ad ascoltare, è una canzone alquanto peculiare lenta e ritmata, che riesce a creare un'atmosfera drammatica e inquietante grazie ale particolari melodie che richiamano apertamente le classiche marce funebri. Ovviamente, quando la palla passa agli Entombed, i riff si fanno distorti e grassi, il ritmo rimane compassato, l'atmosfera è ancora più lugubre e tesa, suggellata dal cantato sguaiato e potente del compianto LG Petrov, capace di essere al contempo drammatico e sofferto, ma anche sottilmente ironico, soprattutto nell'accelerazione finale, totalmente assente dal brano originale, che invece ci sta maledettamente bene. Poco da dire, una cover spettacolare!

Mägo de Oz - Strange World (Iron Maiden)

Se, nel loro Paese d'origine, la Spagna, i Mägo de Oz sono una vera e propria formazione di culto con ormai trent'anni di carriera sulle spalle, lo stesso non si può dire nel resto d'Europa. Eppure il loro mix efficace di rock, metal classico e suggestioni folk, il tutto sorretto da testi satirici e apertamente politici aveva tutto per, non dico sfondare, ma avere un seguito più che discreto, contando anche quanto il folk metal abbia un pubblico fedele e appassionato. Detto questo c'è stato comunque un momento, compreso tra gli album Finisterra e il concept Gaia in cui il nome dei Mägo de Oz ha iniziato a girare anche al difuori della loro terra d'origine: proprio a quel periodo risale questa bella cover di "Strange World", uno dei pezzi più unici e peculiari di tutta la carriera degli Iron Maiden: questa reinterpretazione della band iberica segue fedelmente l'andamento dell'originale, con quelle strofe basate su atmosfere bucoliche, sognanti e rilassate, potenziate dall'utilizzo di pianoforte e archi, nonostante la pronuncia non proprio perfetta del cantante José Andrëa. Ma è nella lunga sezione strumentale che i Mägo de Oz danno il meglio, quando trasformano il pezzo originale in una scatenata cavalcata folk (anzi, in una "Fiesta Pagana", per citare il loro brano più popolare), con violini e flauti a rincorrere le chitarre, prima della coda finale. Una cover trascinante e sicuramente originale, ma comunque rispettosa di quel gioiello che è la "Strange World" originale.

Le copertine delle tracce dalla 19 alla 21

Volbeat - My Body (Young the Giant)

Sin dal loro debutto nel 2005, si era capito che i danesi Volbeat avevano le stigmate dei predestinati: d'altronde il loro esplosivo ed originale mix di punk ispirato dai Misfits, riff sabbathiani, melodie scuola Metallica, ibridate con chiari riferimenti alla musica rockabilly e country sapeva colpire da subito nel segno. Ciliegina sulla torta, la splendida voce di Michael Poulsen, che riesce a prendere il meglio dagli stili di Glenn Danzig e James Hetfield, risultando sempre tremendamente efficace. Talmente efficace che, per anni, il mio sogno segreto è stato quello di vederlo approdare ai Misfits, cosa che non è successa, anche perché, è giusto ricordarlo, i Volbeat sono in breve tempo passati da gruppo emergente a realtà affermatissima, soprattutto negli States. Certo, lo stile così peculiare si è via via ammorbidito e appiattito verso la ricerca del singolone radiofonico a tutti i costi, con album sì piacevoli, ma anche spesso facilmente dimenticabili, soprattutto nel periodo che ha visto l'ingresso dell'ex-Anthrax Rob Caggiano alla chitarra. Aldilà di tutto, i Volbeat hanno sempre realizzato un alto numero di cover, volte a omaggiare le loro ispirazioni, siano esse il country, i Metallica, i già citati Misfits e il rock anni '50. A sorpresa, però, la loro migliore reinterpretazione di "My Body", canzone originariamente scritta e registrata dalla band di rock alternativo Young the Giant, che era entrata in rotazione su MTV in virtù di melodie azzeccate e di un bel testo che esaltava lo spirito di resilienza e perseveranza umana. La versione dei Volbeat è fedele all'originale quanto basta, con riff più energici, un ritmo leggermente velocizzato e Michael Poulsen sugli scudi a donare grande energia a questa cover, davvero divertente e azzeccata.

Engine - Fascination Street (The Cure)

Non tutti sanno che, all'inizio degli anni 2000, Ray Alder, cantante dei Fates Warning e Bernie Versailles, chitarrista degli Agent Steel, misero in piedi un side project (con l'aiuto di Joey Vera al basso e Pete Parada alla batteria): se era pronosticabile un sound legato allo speed metal, a sorpresa gli Engine proponevano invece un sound legato alla allora imperante corrente nu metal, anzi, in verità un vero e proprio omaggio alle sonorità plasmate dai Deftones. Se il primo album era tutto sommato ascoltabile - ma dimenticabile - il secondo (e purtroppo ultimo) Superholic, pur rimanendo ampiamente nel solco della band guidata da Chico Moreno, mostrava invece un songwriting di grande qualità, capace di sfruttare al massimo la dicotomia tra le distorsioni della chitarra e la raffinatezza delle linee vocali. In un album così riuscito (che consiglio spassionatamente di recuperare), anche la cover di "Fascination Street", uno dei brani più noti dei The Cure, riesce a risultare davvero ben fatta: in particolare è ottimo il contrasto tra le atmosfere dell'originale, preservate molto bene sulle strofe - dove Alder omaggia in modo convincente il buon Robert Smith - e il ritornello dove invece attacca la chitarrona distorta, in grado di formare un notevole muro sonoro, con Ray che rende il proprio cantato alquanto aggressivo. Se già il pezzo originale è davvero bello, questa reinterpretazione riesce a essere diretta, esaltante ed evocativa.

Therapy? - Where Eagles Dare (Misfits)

I nordirlandesi Therapy? rimangono da sempre un oggetto strano e difficilmente catalogabile all'interno di quella che potremmo definire la scena proto-alternative metal, una band che ha da sempre miscelato senza alcun problema sonorità pop, attitudine punk, chitarroni metal, tematiche profonde e anche uno spirito un po' cazzaro (un po' vero, un po' sottilmente solo di facciata), che ci sta sempre bene. Uno stile che ha portato, forse con sorpresa della stessa formazione britannica, a un inaspettato successo, soprattutto con l'uscita di Troublegum che conteneva tra l'altro la killer song "Nowhere", che ai tempi sentivi un po' dappertutto. Detto questo, i Therapy? se ne sono sempre fregati abbastanza delle luci della ribalta, tirando immancabilmente per la propria strada, rimanendo comunque un oggetto di culto amato da moltissimi estimatori. Come perfetta dimostrazione dell'ecletticità della formazione nordirlandese, ho scelto di inserire la loro cover di "Where Eagles Dare", uno dei grandi classici dei Misfits. Avrebbero potuto fare tranquillamente una cover fedele all'originale (l'energia non è certo qualcosa che è mai mancato ai Therapy?) e invece ci presentano una versione un po' destrutturata dell'originale, basata su ritmi e riff più ipnotici, tromboni (!), cantato lo-fi e improvvise esplosioni di energia e melodia sull'iconico ritornello. Divertente, personale, assurda, ma comunque a suo modo rispettosa del brano originale.

Le copertine delle tracce dalla 22 alla 25

Enslaved - What Else Is There? (Röyksopp)

Gli Enslaved, dopo gli esordi nel segno di un viking metal feroce, epico e glaciale, quanto efficace, sono diventati uno dei nomi più unici e originali della scena estrema, capaci di ibridare in modo perfetto stilemi black e viking a una musica fortemente progressiva e intricata, a cui si somma un gusto melodico degno di nota. Insomma, una band in continua evoluzione, che ama stupire i propri fan: è esattamente il caso di questa "What Else is There?", bonus track dello splendido E del 2017, cover del duo elettronico norvegese Röyksopp. Il loro brano più noto è appunto questa "What Else is There?": ammetto che non conoscevo il brano coverizzato, ma, dopo avere ascoltato la versione degli Enslaved ed esserne rimasto affascinato, sono andato a sentirmi la versione originale (interpretata dalla cantante svedese Karin Dreijer), che, pur non essendo un esperto di musica elettronica, ho trovato eccezionale. La cover eseguita dagli Enslaved riesce a mantenere le melodie suadenti e ipnotiche, e l'andamento ritmato dell'originale, personalizzando il tutto con l'utilizzo della doppia cassa e del tremolo pick a sostituire in modo perfetto i ritmi e i suoni elettronici. Anche il cantato del tastierista Hakon Vinje riesce a essere pienamente convincente, così come i controcori grim di Grutle. Un lavoro di adattamento pazzesco, per una delle mie cover preferite in assoluto, tanto che la canzone è stata presente nella top 10 dei miei brani più ascoltati per tre anni di fila, dal 2017 al 2019.  

Ramones - I Don't Want to Grow Up (Tom Waits)

Anche i mitici Ramones non hanno mai avuto problemi a realizzare cover (basi pensare alla leggendaria "Surfin' Bird"), finendo addirittura per registrare un intero album di omaggi ad altre band degli anni '60 e '70, il più che discreto Acid Eaters. Proprio su questo album appare la reinterpretazione di My Back Pages di Bob Dylan, che è probabilmente la mia cover preferita eseguita dai Ramones, ma, alla fine, ho optato per inserirne un'altra, quella di "I Don't Want to Grow Up" di Tom Waits, opener dell'utimo disco della formazione americana, Adios Amigos. Innanzitutto perché "My Back Pages" è cantata (peraltro molto bene) da C.J. Ramone e non da Joey, e poi perché la versione dei Ramones di "I Don't Want to Grow Up" è davvero perfetta: divertente, veloce, esaltante e con un testo che si addice perfettamente all'attitudine della band punk, quella degli eterni ragazzi arrivati all'ultimo album in carriera e che, nonostante tutto, non vogliono crescere.

Khemmis - Down In a Hole (Alice in Chains)

Attivi da poco più di un decennio, gli statunitensi Khemmis sono riusciti sin dal debutto Absolution ad attirare immediatamente l'attenzione grazie a un sound che mischiava abilmente classiche sonorità doom ed epic metal, il tutto condito da un gusto melodico fuori dal comune a da una capacità di plasmare atmosfere davvero epiche ed esaltanti. Dopo un secondo album altrettanto convincente, Hunted, purtroppo la crescita dei Khemmis sembra essersi fermata e, nonostante un contratto con Nuclear Blast, i seguenti Desolation e Deceiver non mi hanno convinto, con la formazione di Denver che pare un po' fossilizzarsi sul loro sound. Aldilà di queste considerazioni, la loro cover di "Down In a Hole" [registrata per un particolare esperimento, dove ogni band reinterpreta un brano differente dell'album Dirt], uno dei brani più conosciuti degli Alice in Chains è davvero splendida, contando anche quanto sia difficile, secondo me, interpretare in modo convincente le canzoni sofferte e dense della band di Jerry Cantrell. Il lavoro dei Khemmis è davvero lodevole perché riescono a essere indubbiamente fedeli, riuscendo però a metterci la propria personalità e le proprie influenze, rendendo il brano quasi più solenne. 

Mastodon - Orion (Metallica)

Anche questa cover di "Orion" dei Metallica è uscita per un esperimento simile a quello di Dirt Redux di cui ho appena parlato, ovvero Master of Puppets Revisited, dove ogni band esegue un brano differente del disco; l'album uscì come CD allegato alla famosa rivista Kerrang! e, al momento, non è disponibile sulle piattaforme di streaming, anche se tutti i brani (o quasi) sono stati ristampati in qualche modo. A voler essere sinceri, tolta l'ottima "Battery" dei Machine Head, gli altri brani non è che mi avessero convinto troppo a eccezione, appunto, dei Mastodon, che hanno accettato la sfida di reinterpretare il celeberrimo brano strumentale "Orion". L'approccio della band di Atlanta è vincente, infatti la cover segue fedelmente l'originale, sia nelle ritmiche, che negli assoli e nelle melodie. Un semplice compitino quindi? Assolutamente no, perché i Mastodon lavorano davvero di fino, inserendo tanti piccoli tocchi personali nel modo in cui interpretano la canzone, che sia qualche micro-variazione negli assoli, un giro di basso leggermente differente o alcune parti di batteria più piene (soprattutto sulla coda finale), dove viene fuori tutta la tecnica e il grande feeling della band. Una cover eccezionale che riesce nella missione di omaggiare nel modo migliore i Metallica e, al contempo di dimostrare ancora una volta che band eccezionale siano i Mastodon.

Le copertine delle bonus track

Bonus Tracks - In Memoriam 

Come bonus track, questa volta ho deciso di mettere quattro cover che continuassero, in qualche modo, l'omaggio a quattro musicisti metal fondamentali che sono venuti a mancare nel 2025, ovvero Ozzy OsbourneAce FrehleyTomas "Tompa" Lindberg e Brent Hinds. Ho parlato di loro, nell'articolo riguardante i miei dischi preferiti dello scorso anno, ma sentivo che mancava ancora qualcosa, e quindi ecco arrivare queste quattro reinterpretazioni. Buon ascolto!

Judas Priest ft. Ozzy Osbourne - War Pigs (Black Sabbath)

Vale la pena ricordare la storia dietro questa recentissima cover: i Judas Priest furono giustamente invitati al grande concerto con cui, a Birmingham, si celebrò la carriera di Ozzy Osbourne e dei Black Sabbath (non fosse altro che, per 3 concerti, Rob Halford è stato il cantante della band!), ma, purtroppo, dovettero declinare in quanto avevano già firmato un contratto con gli Scorpions per partecipare all'evento del loro anniversario che si è tenuto quasi in contemporanea. Per supplire a questa mancanza, Rob Halford propose a Ozzy Osbourne di partecipare come ospite a una cover di "War Pigs" realizzata dai Judas Priest, il cui ricavato sarebbe stato devoluto interamente in beneficienza. Quella che doveva essere una bella iniziativa si è però, tristemente, trasformata nell'ultima registrazione ufficiale di Ozzy Osbourne prima della sua morte: per questo motivo, questa cover assume un valore particolare, aldilà della qualità stessa della canzone. Per la cronaca ritengo questa reinterpretazione ovviamente ben fatta (stiamo parlando dei Judas Priest, suvvia), ma anche un po' troppo canonica e rispettosa, ad eccetto di alcune variazioni inserite dalla batteria di Scott Travis. Certo, poi sentire duettare le due voci più significative per la storia della musica pesante è sempre una grande emozione e questo basta e avanza.

Katatonia - A World Without Heroes (Kiss)

Partiamo da una considerazione ovvia: per omaggiare al meglio una figura come Ace Frehley, avrei dovuto selezionare una cover di un brano scritto da lui (probabilmente la "Cold Gin" reinterpretata in modo più che onesto dai Death Angel), ma, dopo avere sentito la cover di "A World Without Heroes" realizzata dai Katatonia, ho trovato che si addicesse meglio come omaggio. Questo brevissimo brano è infatti una delle tracce più peculiari mai partorite dai Kiss, lontana dai soliti doppi sensi sessuali e dalle classiche party song, caratterizzato da atmosfere evocative e da un testo malinconico che trovo molto adeguato a un omaggio verso un musicista da poco scomparso. I Katatonia, non sorprendentemente, ci sguazzano alla grande in queste atmosfere ricercate e malinconiche e Jonas Renkse interpreta il tutto con la solita grande sensibilità.

Fleshgod Apocalypse - Blinded by Fear (At The Gates)

Finalmente un po' di Italia anche in questa playlist: per quanto riguarda l'omaggio a Tomas "Tompa" Lindberg ho scelto "Blinded by Fear" degli At The Gates reinterpretata dai Fleshgod Apocalypse, ancora all'inizio della loro carriera. Per chi non lo sapesse, il brano è l'opener del capolavoro assoluto della band svedese, quello "Slaughter of the Soul" che è la Bibba del melodetah.
La cover realizzata dai Fleshgod Apocalypse è indubbiamente fedele, ma si riesce a distinguere per l'energia alquanto straripante, una reinterpretazione tellurica di tre minuti scarsi che non lascia scampo. Peccato per il suono della batteria un po' troppo triggerato che stona con la corposità dei suoni delle chitarre. 

Mastodon - Just Got Paid (ZZ Top)

Per l'omaggio a Brent Hinds devo ammettere di avere cercato in lungo e in largo qualche cover valida dei Mastodon, senza trovare nulla di esaltante: ho trovato tante reinterpretazioni da parte di piccole band semisconosciute dei brani più popolari di Leviathan, ma nulla che mi abbia minimamente colpito. Per cui ho deciso di inserire una seconda cover realizzata dai Mastodon, ovvero "Just Got Paid" degli ZZ Top. Dopo averla riascoltata per bene, mi sono accorto infatti che funzionava benissimo come omaggio a Brent Hinds, in quanto non solo è l'unico cantante del brano, ma sono anche piuttosto sicuro che sia stato lui a scegliere la canzone e a riarrangiare le linee di chitarra, che portano il suo inconfondibile marchio.


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