Il Calderone Vol.11 – In the Lost Lands, Fallout Stagione 2, The Dollhouse Family/Daphne Byrne, Domhain (Recensioni)

 L'unidcesimo articolo di mini-recensioni della serie "il Calderone"

Recensione a cura di Albyrinth - tutte le immagini, e la musica, sono copyright degli aventi diritto.
Mi scuso per la qualità dell'immagine di testa, ma mi diverte un mondo fare queste immagini low-fi utilizzando programmi di editing volutamente amatoriale.

Nota Importante: Questo articolo potrebbe contenere alcuni SPOILER minori riguardanti le opere recensite. Grazie.

Con l'arrivo della primavera, quella simpaticona della strega ha deciso di rendere meno opprimente l'atmosfera della sua caverna, optando per un tocco floreale, anche per nascondere un po' l'odore non proprio piacevole che proviene dal mefitico pentolone. È arrivata quindi l'ora per un nuovo appuntamento con la rubrica minestrone, con quattro veloci recensioni: questa volta tocca al b-movie fantascientifico In the Lost Lands, alla seconda stagione della serie tv Fallout, al volumetto pocket che raccoglie le miniserie horror a fumetti The Dollhouse Family e Daphne Byrne e, infine, In Perfect Stillness, l'album di debutto, dopo alcuni singoli ed EP, dei nordirlandesi Domhain, autori di un black metal progressivo con tinte doom che non può che ricordare i primi, geniali, In The Woods... Let's go!
Siamo nel futuro, in una Terra post-apocalittica in cui il potere è diviso tra una dittatura monarchica e  una nuova inquisizione religiosa: la strega Gray Alis (interpretata da Milla Jovovich) è condannata a morte dall'inquisizione in quanto eretica, ma, grazie ai suoi poteri, riesce a sfuggire. Poco dopo è contattata dalla Regina (interpretata da Amara Okereke), moglie dell'Overlord (in fin di vita a causa di una malattia), in quanto desidera ottenere i poteri di un mutaforma (ovvero di un lupo mannaro) per divenire invincibile e regnare suprema. Gray, che è nota per non rifiutare mai le richieste dei suoi clienti, parte per la ricerca del mutaforma, non prima di avere accettato anche l'incarico della guardia personale della Regina, Jerais (interpretato da Simon Lööf), che, invece, le chiede di fare in modo che essa non ottenga i poteri, in quanto la distruggerebbero. Gray ingaggia quindi il cinico cacciatore di taglie Boyce (interpretato da Dave Bautista), per aiutarla con l'incarico, in quanto l'unico che conosce la vera ubicazione della ana del mutaforma. Ma il viaggio attraverso le terre devastate e inospitali sarà pieno di pericoli e, come se non  bastasse, il duo avrà alle calcagna un intero plotone di crociati che vogliono fare la pelle alla povera strega.

Non si può non volere bene a Paul W.S. Anderson, regista che ha dedicato l'intera carriera ai film di genere, siano essi horror (in particolare il buon mix di fantascienza e orrore cosmico di Event Horizon, la sua opera più riuscita), action, adattamenti di videogiochi e, addirittura, ricostruzioni storiche (non esattamente accurate, ovviamente). Il buon Paul, tra alti e bassi (alcuni quasi catastrofici) ci ha sempre messo poi un'attitudine genuinamente ruspante e votata al puro intrattenimento che l'ha portato a essere un novello Roger Corman o, visto l'abuso di rallenty e color correction, oserei quasi definirlo la versione cazzara e meno seriosa di Zack Snyder, con tutti gli aspetti positivi (il già citato puro intrattenimento) e negativi (una generale sciatteria e pacchianaggine) del caso. In tutto ciò, il regista è pure riuscito a rilanciare la carriera della moglie Milla Jovovich, aiutandola a superare le ben note limitazioni attoriali e facendola divenire una credibilissima star del cinema action, mica poco. 

Arriviamo così a questo In The Lost Lands, film post-apocalittico tratto da un racconto del celeberrimo George R. Martin: di base ci sarebbero tutti gli elementi per ottenere un b-movie con tutti i crismi. Premesse intriganti che mixano Mad Max a elementi medievali (la monarchia e la novella inquisizione), un duo di protagonisti ben assortito come la Jovovich e Dave Bautista [che, curiosamente, dopo avere cercato in tutti i modi di dimostrare di essere un vero attore, adesso sta passando all'incasso recitando in pellicole caratterizzate dall'exploitation più becera], una trama scontata, ma tutto sommato efficace (i protagonisti devono andare dal punto A al punto B attraverso terre irte di pericoli, venendo inseguiti dai cattivi), scene di suprema ignoranza visiva (il serpente a due teste!!!) e caratterizzazioni archetipiche scolpite nella pietra, tutto è perfettamente apparecchiato per un perfetto film da popcorn. Che, purtroppo, delude terribilmente. Passi la narrazione che procede per continuo accumulo, passino le rivelazioni finali costruite malissimo, passino anche le giravolte di alcuni personaggi, ma ciò che non è veramente scusabile è la qualità terrificante degli effetti speciali. Paul W.S. Anderson si affida totalmente a green screen con fondali digitalizzati male, dominati da una color correction freddissima e forzata che dona alla pellicola una patina palesemente finta e artefatta. A questo si aggiunge una CGI plasticosissima e irreale, che letteralmente uccide qualunque scena d'azione, nonostante due protagonisti che sanno decisamente il fatto loro a riguardo. Insomma, un totale disastro che affonda In The Lost Lands, pellicola costata ben 55 milioni di dollari che si è rivelata un flop al botteghino. Sarebbe davvero bastata un minimo di cura in più e un utilizzo maggiore di effetti prostetici per ottenere un b-movie forse non memorabile, ma comunque godibile: messa così, In The Lost Lands è solo un'opera che finisce per infastidire lo spettatore per la pigrizia produttiva di affidarsi a effetti speciali di quart'ordine per qualunque cosa.

In The Lost Lands è un film trasmesso in streaming su Amazon Prime Video
La pellicola è inoltre disponibile per il noleggio e acquisto in digitale presso i principali store VOD ed è disponibile in formato fisico presso i maggiori store online.

Un particolare della locandina della seconda stagione di Fallout

Fallout - Stagione Due (Recensione)

In questa seconda stagione, Lucy (interpretata da Ella Purnell) e il Ghoul (interpretato da Walton Goggins) si stanno dirigendo a New Vegas. La prima per saldare i conti con il padre che l'ha ingannata tutta la vita, il secondo per trovare le celle dove sono ibernate moglie e figlia. Naturalmente sarà un viaggio pieno di pericoli, tra mostri, gang di predatori e armate di pazzi che vogliono ricreare l'impero romano in pieno deserto. Contemporaneamente seguiremo anche le disavventure di Maximus (interpretato da Aaron Moten), tornato nei ranghi della Confraternita d'Acciaio e del fratello di Lucy, Norm (interpretato da Moisés Arias), rimasto intrappolato nella Vault 31, braccato dal custode robotico.

La prima stagione di Fallout si era rivelata un mezzo miracolo, un adattamento da un popolarissimo videogioco fatto in modo molto intelligente, pieno di riferimenti ed easter egg, ma perfettamente fruibile da un pubblico generalista. Il tutto con valori produttivi davvero degni di nota, tra una sceneggiatura puntuale e sopra la media, un world building perfetto, caratterizzazioni azzeccatissime, CGI di altissimo livello e un cast davvero ottimo, sia per i protagonisti che per i cattivi. Insomma, la prima stagione di Fallout aveva convinto praticamente tutti, risultando uno dei maggiori successi della piattaforma streaming Prime Video. Con un'attesissima seconda stagione in arrivo basata su una delle location più amate della serie videoludica, New Vegas, cosa poteva andare storto? Purtroppo tante cose, che hanno affossato una delle serie più promettenti del panorama odierno.

Il grosso problema è che, già dalla seconda stagione, gli showrunner Geneva Robertson-Dworet e Graham Wagner (coadiuvati dai creatori e produttori esecutivi della serie, i ben noti Christopher Nolan e Lisa Joy, le menti dietro al celebrato quanto controverso reboot di Westworld) hanno iniziato a traccheggiare pesantemente: così la serie, nonostante gli 8 episodi di durata consistente, in realtà muovono avanti la trama di molto poco, ricorrendo a tutti i peggiori trucchi della narrazione contemporanea seriale. Abbiamo il cast frazionato con ognuno la sua micro-trama, i continui flashback a spezzare il ritmo, una serie di scene accessorie utili ad allungare il brodo, una sceneggiatura che continua a ribadire allo spettatore ciò che sta succedendo: tutto ciò comporta una certa prevedibilità di fondo e, purtroppo, anche una certa noia. A questi difetti si aggiunge una gestione della trama problematica, dove, per ogni mistero svelato, se ne aggiunge sempre un altro, ovviamente più grosso: quindi prima il cattivo era la Vault-Tec, ma poi scopriamo che c'è qualcuno di più potente e manipolatorio alle spalle e che, forse, in realtà il super-cattivo è ancora un altro. Insomma, si continuano a impilare strati, dando un contentino agli spettatori e tenendoli agganciati con la promessa di nuovi incredibili segreti da svelare.
È un vero peccato, perché i personaggi rimangono ben sviluppati, il mondo narrativo è affascinante, la CGI migliore anche dell'80% della produzione cinematografica e la regia è inappuntabile: purtroppo, la via scelta sembra essere quella dell'estrema diluizione, un difetto che avevamo notato anche per la Stagione 4 e la Stagione 5 di Stranger Things, ma fa un certo effetto vedere showrunner e produttori di Fallout ricorrere a queste tattiche già dalla seconda stagione. Rimane una serie sicuramente più che guardabile e divertente, ma, se questa tendenza venisse confermata anche nei prossimi cicli, saremmo di fronte a una grande occasione persa.

Fallout è una serie tv trasmessa in esclusiva in streaming su Amazon Prime Video.

Una particolare della copertina del paperback della miniserie a fumetti The Dollhouse Family

The Dollhouse Family / Daphne Byrne (Recensione)

Non c'è dubbio che la serie di ristampe in formato pocket targate Panini Comics, ispirate dalle Compact Edition edite da DC Comics, sia stata un'ottima intuizione da parte dell'editore modenese, che ha capito che c'era un pubblico generalista interessato a queste riproposizioni in formato (e soprattutto prezzo) ridotto, una scelta che è stata preso anche copiata da altre realtà editoriale italiane (Coconino Press e Bao Publishing in primis). Restando in casa Panini, alla prima collana di grandi classici di casa DC si sono aggiunte presto altre quattro serie, due dedicate a storie Marvel, una a graphic novel americane non pubblicate dalle "Big Two" e, infine, una testata dedicata esclusivamente a miniserie di stampo horror sempre targate DC Comics. Particolarmente interessante (e vantaggioso nel rapporto qualità prezzo) è il numero 4, dedicato a due miniserie autoconclusive da 6 numeri ciascuna, ovvero The Dollhouse Family (scritta da Mike Carey e disegnata dal duo Peter Gross e Vince Locke) e Daphne Byrne (scritta da Laura Marks e disegnata dall'immenso Kelley Jones); entrambe le storie sono uscite per l'effimero imprint Hill House, affidato alla cura editoriale del ben noto scrittore e fumettista [nonché figlio di un certo scrittore horror piuttosto popolare] Joe Hill (trovate QUI la recensione del suo libro Un Tempo Strano) che aveva il compito di rinverdire la tradizione della gloriosa Vertigo con le sue storie dell'orrore.

Una vignetta tratta dalla miniserie The Dollhouse Family

The Dollhouse Family

Anni '80: la bambina Alice (cresciuta in una famiglia problematica con un padre violento) riceve come eredità da una lontana zia una splendida casa delle bambole del 1800. Il giocattolo, però si rivela essere ancora più straordinario: al suo interno vivono infatti delle vere persone, con cui Alice interagisce e, anzi, tramite una formula magica, riesce a rimpicciolirsi e visitare la casetta, che, però nasconde un pericolosissimo segreto che porterà violenza e tragedie nella vita della bambina e dei familiari. Una volta cresciuta e divenuta una madre single, Alice dovrà però ancora fare i conti con il demoniaco balocco, che ha preso di mira la figlia della donna.

The Dollhouse Family è una miniserie basata su uno dei più classici modelli narrativi del genere horror, quello del giocattolo indemoniato. Sulla base di questo, l'esperto fumettista britannico Mike Carey (scrittore della serie Lucifer e di un popolare ciclo degli X-Men) intesse una storia generazionale dove svela a poco a poco un quadro molto ricco, ma mai troppo complesso da seguire. La miniserie è così lineare e semplice da seguire ed è ben focalizzata sulla sua storia, che è appassionante e ben narrata. A completare questa specie di "reunion" della gloriosa Vertigo, ci sono Peter Gross (già sodale di Carey sulla serie Lucifer) alle matite e Vince Locke (Sandman, ma anche le ben note copertine dei Cannibal Corpse nel suo curriculum) a rifiniture e chine: un'ottima sinergia espressa nelle ottime costruzioni delle tavole (merito del primo), mentre si nota maggiormente l'apporto del secondo per quanto riguarda il character design e le espressioni dei vari personaggi; in definitiva, il duo offre una prova forse non esageratamente spettacolare, ma decisamente di sostanza. Insomma, The Dollhouse Family è un fumetto di ottimo intrattenimento, che offre una trama forse non troppo originale [ma, d'altronde, nel genere horror è difficile inventarsi qualcosa di nuovo], ma narrata molto bene, che giustificherebbe da sola il prezzo dell'intero volume. Tra l'altro è un'opera che si presterebbe alquanto bene a un adattamento televisivo, chissà di non vederla spuntare in futuro sulla piattaforma HBO Max.

Una vignetta tratta dalla miniserie Daphne Byrne

Daphne Byrne

New York, metà ottocento: la quattordicenne di buona famiglia Daphne Byrne, particolarmente introversa e rimasta recentemente orfana di padre, possiede capacità medianiche che le permettono di interagire con gli spiriti, in particolare con un misterioso ragazzo fantasma, al contempo affascinante e inquietante, di cui non sa se potersi fidare. Daphne dovrà tentare di salvare la madre da una medium truffaldina che sembra avere mire particolarmente oscure verso di lei: in realtà, il piano criminale della medium, scatenerà forze ben al di fuori della sua portata.

Daphne Byrne, altra miniserie di sei numeri, rappresenta l'esordio in campo fumettistico per Laura Marks, sceneggiatrice che ha collaborato a serie come Servant e The Expanse [la migiore serie fantascientifica dai tempi di Battlestar Galactica per il sottoscritto]: l'idea di realizzare una serie con tematiche gotiche e young adult ambientata nella New York vittoriana aveva buone potenzialità e il twist portante della trama è valido. Purtroppo, la scrittrice paga dazio nella gestione della stessa trama, che sembra perdersi in alcune diramazioni inutili, e anche nella gestione dei personaggi, con il misterioso ragazzo fantasma che appare e scompare convenientemente a seconda dei bisogni. Anche il già citato colpo di scena è in realtà facilmente intuibile da alcuni dialoghi, che indeboliscono l'effetto sorpresa nel discreto finale. Ma non c'è dubbio che il vero punto di forza del fumetto siano i disegni dell'immenso Kelley Jones, uno degli illustratori più unici e personali della scena (in particolare negli anni '90, dove firmò un celeberrimo ciclo di Batman su testi di Doug Moench), che ha saputo raccogliere l'eredità del leggendario Bernie Wrightston. Nonostante siano passati alcuni lustri, Kelley dimostra ancora  un'invidiabile stato di forma: rispetto al passato, lo storytelling si è fatto forse più lineare e lo stile più essenziale e meno estroso, ma la sua capacità di creare figure inquietanti grazie a un utilizzo marcatissimo dei chiaroscuri è rimasta assolutamente immutata. Fortunatamente Daphne Byrne è esattamente quel tipo di storia che gli permette di esprimere al massimo la propria bravura, soprattutto nelle scene che vedono la presenza di fantasmi e spiriti, che sembrano quasi in grado di uscire dalla pagina. In definitiva, questa miniserie, nonostante alcuni difetti nella gestione di ritmo e trama da parte dell'esordiente Laura Marks, si è rivelata essere una lettura comunque piacevole, anche perché mi ha permesso di ammirare ancora una volta l'arte di Kelley Jones.

Il fumetto The Dollhouse Family / Daphne Byrne è uscito per Panini Comics in formato pocket. Il volume è disponibile in fumetteria e nelle librerie di varia, oltre che in formato ebook. 

La copertina dell'album "In Perfect Stillness" dei nordirlandesi Domhain

Domhain - In Perfect Stillness (Recensione)

Dopo un paio di EP, è arrivato il momento del debutto per i Domhain, formazione nordirlandese che ha già raccolto ottimi consensi. La band è infatti dedita a un avantgarde post-black metal caratterizzato da forti elementi progressivi, con qualche sconfinamento nel doom. Già solo leggendo la descrizione del sound della formazione britannica, non è difficile quali siano i numi tutelari della loro musica, ovvero i leggendari In The Woods... dei primi due, fulminanti, dischi. Ed è proprio qui il vero (e forse unico) problema di questo In Perfect Stillness, l'originalità. Sia chiaro: sono ben conscio del fatto che questa sia merce rara nell'universo metal attuale, ma fatico ad accettare che una musica così personale e unica come quella della band norvegese finisca per essere codificata e, forse, banalizzata. Mi rendo conto che è più un problema di natura prettamente concettuale e che, probabilmente, sarebbe ingiusto giudicare questo album solo su questa base, anche perché è innegabile che i Domhain ci sappiano decisamente fare e possano anche fregiarsi di una buona personalità. Basandomi solo sulle canzoni, In Perfect Stillness risulta infatti essere un lavoro davvero interessante, caratterizzato da un songwriting di qualità, con brani lunghi e strutturati, ma che non si perdono mai via in momenti inutili, risultando così piacevolmente immediati, nonostante la ricchezza compositiva.
Un risultato sicuramente notevole per una formazione all'esordio, che, peraltro, mostra di possedere un gusto melodico fuori dal comune e che rappresenta il valore aggiunto di questo disco, soprattutto negli azzeccatissimi inserti di violoncello. Da sottolineare anche l'ottimo lavoro per quanto riguarda le linee vocali, che sfruttano bene la sinergia tra le due voci, quella del cantante principale e bassista Andy Ennis (credibile sia nel buon growl, che nel cantato pulito) e quella della batterista, seconda voce e violoncellista francese Anaïs Chareyre-Méjan. Ultimo punto di merito, la durata: In Perfect Stillness dura 35 minuti, davvero poco per un lavoro di metal progressivo, ma che, invece, permette di apprezzare ancora maggiormente le capacità di sintesi della formazione nordirlandese, risultando così un ascolto che non sfocia mai nella noia.
Detto questo, l'album presenta comunque qualche piccolo difetto (aldilà del discorso relativo al sound dichiaratamente ispirato da quello dei primi In The Woods...), tra cui una produzione che a tratti sembra impastare un po' troppo chitarre e violoncello, un paio di momenti davvero un po' troppo ispirati dai Pink Floyd (nella conclusiva "My Tomb Beneath the Tide" gli echi di "Welcome to the Machine" sono troppo palesi per non essere notati) e la mancanza di una presenza maggiore di elementi folk legati alla terra d'origine della band (e ci sono poche nazioni in grado di rivaleggiare in questo con l'Irlanda). In conclusione In Perfect Stillness è sicuramente un debutto più che promettente per i Domhain, con la band nordirlandese che mostra già una maturità compositiva davvero degna di nota, riuscendo a proporre un songwriting ricco di variazioni e sfumature, senza per questo mai perdere la bussola. Rimane però sempre quella domanda ad aleggiare sopra a questo disco: ha senso, nel 2026, tentare di riproporre (e, quindi, codificare) un sound unico, personale e incredibile come quello che ha caratterizzato i primi due album degli In The Woods... ("Heart of the Ages" e "Omnio")? Difficile rispondere: se avete amato (come il sottoscritto) quei due dischi, date comunque una possibilità a questa band, perché sono sicuro che ne sentiremo ancora parlare.

In Perfect Stillness è al momento disponibile in formato digitale sulla Pagina Bandcamp della band, mentre tutte le edizioni in formato fisico risultano al momento esauriteIl disco è ovviamente inoltre disponibile su tutti i maggiori servizi di musica in streaming. Per maggiori informazioni, visitate la Pagina Instagram e la Pagina Faceboook della band.