Recensione a cura di Albyrinth - tutte le immagini, e la musica, sono copyright degli aventi diritto
A distanza di oltre sei anni dal precedente (e splendido) Palimpsest, ecco tornare i canadesi Protest the Hero, una delle formazioni più uniche, personali, eclettiche e originali della scena con il loro stile che unisce in una miscela esplosiva math rock, progressive metal e hardcore melodico. C'è voluto davvero tanto tempo, ma è noto che la formazione nordamericana abbia preso da anni le distanze dal music business (sin da Pacific Myth, pubblicato originariamente in abbonamento su Bandcamp con una mossa quasi rivoluzionaria per i tempi): con Within, il passaggio alla totale indipendenza da etichette e management è completa, e l'album è infatti autoprodotto e rilasciato in modo totalmente autonomo tramite il partner Sheetappens Publishing [Palimpsest era autoprodotto, ma distribuito comunque da Spinefarm]. Questo vuole anche dire che, una volta compreso di non potere vivere con gli introiti della propria musica, i Protest The Hero abbiano optato per fare le cose con estrema calma [le prime immagini delle registrazioni dell'album risalgono a due anni fa, giusto per capirci] e per un'attività live molto più limitata che in passato, contando anche che dal vivo, della formazione originale, sono rimasti solo il cantante Rody Walker e il chitarrista Tim MacMillar [il secondo chitarrista Luke Hoskin è ancora con la band come songwriter e performer da studio].
Se il precedente Palimpsest aveva mostrato un'interessante evoluzione nel sound dei Protest The Hero, con una presenza molto maggiore di orchestrazioni e un songwriting particolarmente arioso per un album molto compatto e coerente sia a livello di sonorità che di tematiche (tutte dedicate alla storia americana), Within, introdotto da una splendida copertina ancora firmata da Martin Wittfooth, si presenta invece come un lavoro decisamente molto più eterogeneo, che sembra quasi volere citare [inconsciamente?] alcuni momenti del loro passato. A volere essere un po' provocatori, lo si potrebbe definire (con tante virgolette) un album di "mestiere", ma sarebbe una descrizione estremamente riduttiva per una band che, invece, ha creato con Within l'ennesimo gioiello di una discografia fino ad ora immacolata per quanto riguarda la qualità; in particolare, a sorprendere è la freschezza di un songwriting quasi sempre a fuoco, con brani che puntano maggiormente su immediatezza ed esuberanza.
Ad aprire le danze c'è l'unico singolo pubblicato, "Mouthpiece": scelta strana, visto che si tratta forse del brano più aggressivo del lotto, soprattutto per quanto riguarda le linee di chitarra. In generale, pur soffrendo un po' della mancanza di una vera e propria apertura melodica, la canzone è ben eseguita e sembra ricordare in più di un punto (soprattutto sul finale) certi passaggi di Fortress. La seguente "Fishhook" rappresenta una vera e propria sorpresa, un vero e proprio brano di hardcore melodico energetico e trascinante di chiara matrice Propagandhi (non a caso da sempre citati come una delle influenze principali del gruppo), che ricorda alcune cose fatte dall'effimero (ma divertentissimo) side project di Rody Walker, i Mistery Machine, solo con le solite linee di chitarra cangianti a renderla ancora più dinamica e a rendere le melodie ancora più accattivanti ed efficaci: insomma, un'irresistibile iniezione di energia e una canzone che dal vivo scatenerà l'inferno in platea.
Con "Grandfather's Axe" si torna invece indietro di qualche annetto, per una traccia che sembra ispirarsi al sound nervoso, veloce e intricatissimo di Volition e, in particolare, al brano "Yellow Teeth": sicuramente una canzone che necessita di più di un ascolto per essere interiorizzata e che è inoltre caratterizzata dai vocalizzi di un Rody Walker alquanto eclettico che cambia stile di canto decine di volte, con il rischio di risultare addirittura fastidioso, soprattutto per chi già aveva fatica a digerire il suo nuovo modo di cantare [forzato da un grave problema fisico avuto alle corde vocali nel 2018] a partire da Palimpsest.
Ancora chiari riferimenti al mondo hardcore e ai Propagandhi in "The Orchard" in quella che è la canzone più accattivante e positiva dell'interno disco: un'esplosione di energia e melodia con le chitarre sugli scudi a intessere trame al contempo complicatissime e immediatissime, in una traccia che sembra andare a riprendere la magia di "Mist". Da sottolineare la prestazione di Rody Walker, qui sostanzialmente impeccabile e la presenza sempre gradita della voce di Jadea Kelly sul finale, ospite di gran parte dei dischi dei Protest The Hero sin dal debutto Kezia.
"Liberty Spike" è la canzone che si avvicina maggiormente al sound di Palimpsest, sia per la presenza di orchestrazioni che per la struttura più aperta e ariosa senza strutture riconoscibili, ed è sicuramente la traccia più complessa e intricata del disco, tanto che si voluti alcuni ascolti per iniziare ad apprezzarla seriamente. "The Mariner", che chiude l'album dopo solo 35 minuti (!) è sicuramente il brano più ambizioso del lotto, nonché il più lungo, essendo l'unico sopra ai 5 minuti. In questo caso, il pezzo [che, curiosamente, si riaggancia con il testo all'opener di Palimpsest, "The Migrant Mother"] mi ha ricordato lo stile di Pacific Myth e in particolare del capolavoro "Caravan", non solo per il tema marino, ma per quella struttura in continua mutazione che porta a un finale letteralmente da brividi: alla fine uno dei motivi per cui adoro i Protest The Hero è la loro capacità di sapermi emozionare, e la coda finale del brano è letteralmente da antologia, con quella capacità unica di armonizzare alla perfezione le due chitarre e la voce di Rody, creando momenti di una ricchezza sonora incredibile.
Within non è album sorprendente e coerente come lo era stato Palimpsest; anzi, a volere essere pignoli, si tratta forse del primo album dei Protest The Hero che si si potrebbe definire di "mestiere", tanto che, in più di un punto, ci sono volontari o involontari rimandi ai dischi del passato (in particolare Fortress, Volition e Pacific Myth). Questo non vuol dire in alcun modo che la formazione canadese si sia seduta sugli allori o che abbia realizzato un disco banale, tutt'altro: Within porta a casa il risultato in virtù di un songwriting ispirato e di livello altissimo, che sfrutta la meglio i punti di forza di questa straordinaria band di culto e in cui ogni singolo brano ha una sua precisa identità e personalità, dando (ovviamente) per scontato la caratura tecnica e al quantità di virtuosismi (mai fini a se stessi) presenti nel disco. Per contro, il minutaggio così risicato (per quanto 35 minuti con un songwriting così ricco e denso equivalgano tranquillamente a un'ora di molte altre formazioni), una produzione che a volte sembra mettere le ritmiche un po' troppo in secondo piano e la prestazione di Rody Walker, tecnicamente mostruosa, ma a tratti talmente eclettica da potere essere quasi respingente per chi non è abituato al suo timbro, soprattutto su "Grandfather's Axe" (brano che ha spiazzato anche il sottoscritto). In definitiva, forse non il migliore disco mai partorito dai Protest The Hero, ma decisamente un gioiellino che dimostra bene perché la band canadese rimanga un'entità unica nella scena metal: se ancora non li conoscete, Within potrebbe essere la perfetta porta d'ingresso per il loro sound.
Within è disponibile in formato fisico unicamente (per ora) sul sito partner della band, Sheetappens Publishing. E' inoltre disponibile in formato digitale su tutti i maggiori store online. Il disco è ovviamente inoltre disponibile su tutti i maggiori servizi di musica in streaming, oltre che (a breve) sulla Pagina Bandcamp della band. Per maggiori informazioni, visitate la Pagina Instagram della band o il loro Sito Ufficiale.
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