Recensione a cura di Albyrinth - tutte le immagini sono copyright degli aventi diritto
Nota Importante: Questo articolo contiene alcuni SPOILER minori riguardanti la serie Wonder Man. Grazie.
In attesa dell'approdo dell'attesa seconda stagione di Daredevil Rinascita [potete trovare la recensione della prima stagione QUI] e dell'arrivo al cinema di due pezzi da novanta come Spiderman e gli Avengers, ecco giungere su Disney+ il secondo progetto targato Marvel Spotlight (dopo Echo), ovvero Wonder Man: si tratta di una miniserie di stampo dramedy ambientata, diciamo, nella "periferia" del Marvel Cinematic Universe [MCU da questo momento], più precisamente in quel di Hollywood, dove seguiamo le vicissitudini di un attore con superpoteri alla ricerca della grande occasione per sfondare. Se, complici anche dei trailer piuttosto anonimi, non mi aspettavo sinceramente molto, devo ammettere che, dopo la visione delle otto, veloci, puntate, mi sono dovuto ricredere, tanto da considerare Wonder Man uno dei tre migliori show del MCU.
Super-Attore con Super-Problemi
Simon Williams (interpretato da Yahya Abdul-Mateen II) è il classico attore di belle speranze in attesa della grande occasione per sfondare: occasione che arriva con il remake di un vecchio film di fantascienza, Wonder Man, in cerca del protagonista; quasi un segno del destino, dal momento che Simon ha deciso di diventare un attore proprio dopo avere visto il film originale insieme al padre. Ai provini per la pellicola fa la conoscenza di Trevor Slattery (interpretato da Ben Kingsley), un vecchio attore che non trova più impieghi dopo avere interpretato il ruolo del finto terrorista Mandarino, con cui stringe subito amicizia. Quello che Simon non sa è che l'amicizia di Trevor è tutt'altro che disinteressata, in quanto l'uomo è ricattato dalla forza di polizia Damage Control per tenerlo d'occhio: Simon, infatti possiede dei superpoteri che non riesce a controllare e che deve tenere nascosti a causa della cosiddetta "clausola Doorman" che vieta a chiunque possegga poteri di recitare. Insomma, la vita dell'aspirante attore sta per diventare molto complicata, anche perché, contro ogni previsione, è tra i tre finalisti per l'agognato ruolo di Wonder Man, mentre Trevor è in lizza per quello della spalla del personaggio, Barnaby!
Stan, non potevi trovare un nome un pelino più originale?
Un Supereroe Minore
Non c'è dubbio che Wonder Man non sia certo uno dei personaggi di primo piano dell'universo fumettistico Marvel, anche se ha alle spalle una storia piuttosto ricca e curiosa: creato da Stan Lee e introdotto come nemico degli Avengers nei primi numeri della testata, finì eliminato immediatamente. Il motivo non è complicato da intuire: in casa DC Comics non presero molto bene il fatto che il nome di un personaggio dei grandi nemici di casa Marvel fosse decisamente troppo simile a quello di Wonder Woman (anche se, c'è da dire, che i due supereroi erano davvero molto differenti e che non era possibile confonderli in alcun modo) e fecero causa, portando Stan a fare sparire il villain per evitare problemi.
Molti anni più tardi, piccato dal fatto che, in casa DC, avessero creato un supereroe chiamato Power Girl, dal nome molto simile al marvelliano Power Man, Stan Lee decise di riesumare Wonder Man: il personaggio fu così reintrodotto come buono e membro degli Avengers con cui visse parecchie avventure. Qualche anno dopo Simon Williams riapparì come uno dei protagonisti della controparte californiana degli Avengers, i West Coast Avengers, testata che ebbe un successo più che discreto, soprattutto quando a prenderne le redini fu John Byrne. Il supereroe ha avuto anche l'onore, a inizio anni '90, di una serie durata 29 numeri, scritta da Gerard Jones e disegnata dal valido Jeff Johnson: nulla di memorabile, ma una testata divertente e fresca che ci mostrava Simon Williams nel difficile tentativo di conciliare la sua doppia vita da attore e supereroe, il tutto con un approccio tutto sommato leggero. Inutile dire che è proprio questa testata (pubblicata ai tempi anche in Italia) la base di partenza concettuale su cui gli showrunner Destin Daniel Cretton e Andrew Guest hanno lavorato per creare la miniserie apparsa su Disney+. Per la cronaca, il personaggio di Wonder Man sarebbe poi apparso sporadicamente (tra morti e resurrezioni) in varie testate dedicate agli Avengers, senza però mai tornare vero protagonista.
Una Serie Semplice e Ben Bilanciata
Wonder Man è una miniserie che non nasceva certo sotto i migliori auspici: un supereroe decisamente poco conosciuto, una storia ambientata nello sfavillante mondo di Hollywood (il che, spesso, vuol dire abuso di metanarrazione), un tono apparentemente virato alla commedia e il recupero di un personaggio alquanto controverso come il Trevor Slattery interpretato da Ben Kingsley, piuttosto odiato per il fatto che il Mandarino in Iron Man 3 fosse solo un fantoccio. Insomma, il timore che ci si potesse trovare di fronte all'ennesimo prodotto usa e getta del MCU, esattamente come molte altre serie TV delle Fasi 4 e 5, era decisamente fondato.
Invece gli showrunner Destin Daniel Cretton (regista di Shang Chi e successore di Jon Watts al timone delle pellicole dedicate a Spider-man) e Andrew Guest hanno saputo plasmare uno show davvero riuscito puntando su un fattore tanto banale quanto fondamentale: la semplicità. Per una volta non abbiamo trame astruse e convolute, continuity serrata (non è necessario avere visto Iron Man 3 o Shang Chi per comprendere senza problemi tutto) o colpi di scena apocalittici: Wonder Man segue infatti un canovaccio basilare e alquanto riconoscibile, quello del personaggio che finge di diventare amico del protagonista per un secondo fine, ma che, poi, capisce il valore dell'amicizia, tentando di mettere una pezza al proprio tradimento. Un tipo di trama che abbiamo visto davvero decine e decine di volte, ma che in questo caso funziona, perché, in primis, a funzionare sono i protagonisti, interpretati (molto bene) da Yahya Abdul-Mateen II e Ben Kingsley. Simon Williams è un personaggio insicuro, frustrato e con una chiara tendenza all'auto-sabotaggio, ma anche di buon cuore; Trevor Slattery è un attore fallito che vive solo di ricordi, una persona di base debole e vigliacca. Nella loro amicizia (possiamo anche definirla bromance, per essere più fighi) ognuno troverà la forza di migliorarsi, trovando un senso alla propria vita.
Una Narrazione Compatta
La semplicità si riverbera anche nella struttura stessa della serie: otto puntate molto snelle (tra i 25 e 30 minuti di durata ognuno) che seguono la trama che include sì qualche piccola divagazione, ma senza momenti superflui. Questo permette di smaltire la visione di Wonder Man in poco più di tre ore, evitando la trappola della noia. In tutto questo, da sottolineare anche come la narrazione e la gestione di tono e ritmo siano ben bilanciati: ci sono momenti più squisitamente surreali e comici (tutta l'inutile, ma gradevole, sottotrama del ragazzino che riprende Simon Williams mentre utilizza i suoi superpoteri), momenti metanarrativi - non solo nella lunga scena con i protagonisti a casa di Joe Pantoliano, ma anche in molte battute del film fittizio di Wonder Man che in qualche modo commentano efficacemente quello che sta succedendo nella puntata - forse basilari, ma non troppo invasivi, e tanti minuti dedicati esclusivamente alla costruzione dei protagonisti e al loro, fondamentale, rapporto di amicizia. In tutto questo mancano due fattori tipici dei prodotti appartenenti al MCU: le scene d'azione e i superpoteri ed è una scelta voluta. Durante la miniserie, vediamo molto sporadicamente i poteri di Simon Williams all'opera (più che altro come esplosioni incontrollate di energia in seguito a momenti di alto stress) e l'unica vera scena d'azione dura pochissimi secondi. Scelte decisamente originali, inclusa quella di non perdere tempo a svelare le origini dei poteri del protagonista [sarà un altro mutante?], ma ben pensate, che rendono Wonder Man un prodotto unico e originale all'interno dell'universo cinematografico.
Un Villain Particolare
Un altro fattore originale è la mancanza di un vero e proprio villain: l'antagonista, in questo caso, è l'agenzia governativa Damage Control e, in particolare, lo zelante agente Cleary (interpretato da Arian Moayed con la giusta dose di antipatia). Avevamo già visto all'opera questa non proprio impeccabile forza governativa dedicata al controllo degli esseri con superpoteri (e lo stesso agente) in Ms. Marvel e in Spider-man No Way Home, ma, in questo caso, è chiaro che gli obiettivi di Damage Control non siano proprio cristallini: in pratica devono compiere un certo numero di arresti per giustificare le enormi spese per la costruzione di una prigione per supereroi. Da qui l'accanimento verso persone sospettate di possedere poteri, come Simon Williams, che, in realtà, non ha mai causato danni o compiuto atti illeciti. Insomma, non è difficile vedere dietro questo comportamento una critica verso una certa mentalità corporativa presente anche nelle forza governative; tema, purtroppo, di grande attualità, anche se è corretto ricordare che Wonder Man non ha alcun sottotesto politico e che il tutto è piuttosto innocuo.
La Clausola Doorman
Proprio a metà della narrazione, è piazzato un episodio in realtà estraneo alla trama principale, quello che racconta la storia del personaggio Doorman, che ha portato alla creazione di una specifica clausola che vietasse agli attori con superpoteri di potere essere scritturati. Girato in un bianco e nero caratterizzato da immagini molto nitide e contrastate [Nota: credo che l'intento fosse quello di omaggiare la serie Atlanta, uscita per HBO Max, ma non ho trovato riscontri ufficiali] e graziato da un cameo perfetto di Josh Gad che interpreta sé stesso, questo episodio si è rivelato essere una vero gioiello: aldilà degli artifizi grafici, a brillare è la sceneggiatura, capace di comprimere l'intera vicenda in meno di 30 minuti senza sacrificarne la potenza emotiva, riuscendo a narrare con efficacia una classica (e alquanto drammatica) storia di ascesa al paradiso (ovvero la fama) e susseguente crollo, un'efficace metafora di un'industria-tritacarne come Hollywood. Un episodio indubbiamente superfluo rispetto alla trama principale, ma che risulta essere invece davvero riuscito ed emozionante.
Un Cast Azzeccato
Come già accennato un paio di paragrafi più in alto, il cuore pulsante di tutta la miniserie è l'amicizia che si crea tra Simon e Trevor, e questo fattore non avrebbe potuto funzionare senza un cast adeguato e con un'ottima alchimia. Yahya Abdul-Mateen II riesce a donare al suo personaggio una certa tridimensionalità, mettendo bene in risalto le contraddizioni del suo carattere e riuscendo comunque a generare empatia nello spettatore. Ancora più azzeccata è la scelta, indubbiamente controversa, di ritirare fuori dall'armadio Trevor Slattery, interpretato da Ben Kingsley: il personaggio è stato sempre ritratto come un perdente patetico e il twist che lo vedeva come un semplice attore pagato per interpretare il Mandarino è, da sempre, una scelta narrativa criticatissima all'interno del MCU. Anche la sua presenza in Shang Chi è sempre sembrata un po' superflua e funzionava da spalla comica; insomma, sembrava il classico attore di spessore buttato come comparsa nel MCU. Bravi gli showrunner invece a puntare sul carisma di Ben Kingsley per costruire un personaggio che andasse oltre la macchietta: l'attore britannico non solo offre un saggio delle proprie doti attoriali, ma porta gran parte della narrazione sulle proprie spalle con una recitazione bilanciatissima. Insomma, la riabilitazione del povero Trevor può dirsi completa.
Una piccola nota riguardo il cast: il caratterista Zlatko Burić fa un lavoro più che discreto nel ritrarre il vulcanico regista Kovak, ma nulla mi toglie dalla testa l'impressione che il ruolo fosse stato pensato per Werner Herzog, uno che non ha certo problemi a recitare in opere di intrattenimento (per esempio il suo cameo clamoroso all'inizio di The Mandalorian) e che avrebbe donato un'ulteriore livello di metanarrazione al tutto.
Una piccola nota riguardo il cast: il caratterista Zlatko Burić fa un lavoro più che discreto nel ritrarre il vulcanico regista Kovak, ma nulla mi toglie dalla testa l'impressione che il ruolo fosse stato pensato per Werner Herzog, uno che non ha certo problemi a recitare in opere di intrattenimento (per esempio il suo cameo clamoroso all'inizio di The Mandalorian) e che avrebbe donato un'ulteriore livello di metanarrazione al tutto.
Un Finale Catartico
Non poteva mancare, quindi, una menzione per l'episodio finale (senza spoilerare troppo, ovviamente) che risulta assolutamente riuscito. Se la prima parte è la logica conseguenza degli eventi narrati nella miniserie, la seconda parte cambia totalmente le carte in tavola con un netto stacco logico che porta la narrazione molti mesi più avanti. Una scelta audace, anche perché cambia totalmente il tono, ma che, piano piano, indirizza la serie verso il suo vero finale che è intelligente, emozionante e catartico. Insomma, una chiusura ben costruita che lascia lo spettatore con il sorriso stampato e che chiude nel migliore dei modi la trama principale.
In Conclusione
In tutta sincerità, non avevo alcuna aspettativa per Wonder Man e, invece, mi sono dovuto ricredere. Per una volta, in casa Marvel, hanno saputo creare qualcosa di originale, plasmando una serie che fa della semplicità il suo vessillo e che porta a casa il risultato in virtù di una sceneggiatura calibrata, di una regia di buon livello e di un bilanciamento perfetto tra commedia e dramma. A fare il resto ci penso un ottimo cast, con Yahya Abdul-Mateen II e Ben Kingsley che, grazie a un'invidiabile alchimia, riescono a rendere credibile quello che è il cuore pulsante dello show, ovvero la amicizia tra i due protagonisti. In mezzo a tutto questo anche l'ottimo episodio dedicato alla tragica storia di Doorman, davvero azzeccato e interessante. Insomma, dopo alcune delusioni e molte serie facilmente dimenticabili, con Wonder Man è arrivata una vera e propria, quanto gradita sorpresa tanto che, personalmente, lo ritengo uno dei tre migliori show insieme a Wandavision e Loki.
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